martedì 23 novembre 2010

ANTICHI MESTIERI DEL CILENTO SCOMPARSI

Catello Nastro






ANTICHI MESTIERI
DEL CILENTO SCOMPARSI






Edizioni della Libera Università Internazionale di Arte, Lettere,
Musica e Storio onlus, di Agropoli, ed, 2010



DUE POESIE SUI MESTIERI

I COLORI DEI MESTIERI

Io so i colori dei mestieri
Sono bianchi i panettieri,
s’alzano prima degli uccelli
ed han la farina nei capelli,
sono neri gli spazzacanini
di sette colori son gli imbianchini;
gli operai dell’officina
hanno una bella tuta azzurrina,
hanno le mani sporche di grasso
ed i fannulloni vanno a spasso,
non si sporcano neanche un dito,
ma il loro mestiere non è pulito.

Gianni Rodari


GLI ODORI DEI MESTIERI

Io so gli odori dei mestieri,
di noce moscata sanno i droghieri,
sa d’olio la tuta dell’operaio,
di farina il fornaio,
sanno di terra i contadini,
di vernice gli imbianchini,
sul camice bianco del dottore
di medicine c’è un buon odore.
I fannulloni, strano però,
non sanno di nulla e puzzano un po’.

Gianni Rodari



PREMESSA

Essendo nato – come sanno oramai la maggior parte dei miei lettori – durante la seconda guerra mondiale, e precisamente nel 1941, da una famiglia di artigiani del settore lattiero-caseario, prima a Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli e dal 1951, quando avevo appena dieci anni ad Agropoli, nella attigua provincia di Salerno, artigiano lo sono stato da giovanissimo per pagarmi gli studi prima all’Università di Napoli e poi a quella di Torino, nella cui provincia ho insegnato per circa 15 anni. Ritornato ad Agropoli ho insegnato in vari paesi vicini, ma la passione per l’arte, la cultura e l’antiquariato non mi hanno mai abbandonato. Così i miei due figli si sono dedicati e tuttora si dedicano all’artigianato artistico nel settore del restauro e dell’antiquariato. La crisi del terzo millennio ha limitato anche il loro lavoro e si opera solo per la sopravvivenza commerciale, facendo anche enormi sacrifici. Con le nuove tecnologie anche i mestieri sono cambiati. Basta dare un’occhiata in giro. Comunque il lavoro rende liberi, dà dignità, mantiene puliti dentro. Qualsiasi lavoro; onesto naturalmente. La voglia di conoscere svariate tipologie di esseri umani, mi ha portato ad avere contatti spesso diretti con gente importante o umile sia del nord che del sud Italia, Adesso pure coi migranti che frequentano il mio ufficio nel Centro Sociale Polivalente “Città di Agropoli” di cui, attualmente, mi pregio di essere Presidente e di operare nel terzo settore, la solidarietà, con passione, serietà, spirito di dedizione e di abnegazione. Insomma cercando di fare qualcosa ed aiutare i meno fortunati di noi. E spesso con l’aiuto dei miei collaboratori riusciamo anche a renderci utili. A mio avviso la condizione dell’uomo normale di una certa età ha due basi essenziali: il lavoro ed il matrimonio. Rispetto a cinquanta anni fa è cambiata la tipologia del lavoro, ma certamente non il concetto del lavoro. Lavorare con onestà e conoscenza significa progredire e far progredire la società che ci circonda. Altrimenti vivremo nel caos. Fatte tutte queste premesse invito i miei giovani lettori ad approfondire i temi trattati nei vari capitoli e di mandarmi aggiunte e suggerimenti per una seconda edizione che curerò con piacere. Magari facendosi suggerire ed illustrare da genitori e nonni. I mestieri di un tempo non erano solo quelli descritti in questo breve libretto, ma certamente molti di più. Auguro buona lettura a tutti e se avrò fatto una piccola opera valida ne sarò oltremodo felice.

Catello Nastro

e mail: catellonastro@gmail.com



PRESENTAZIONE

Catello Nastro è giunto nel Cilento nel 1951, quando aveva appena dieci anni e qui è sempre vissuto, se si esclude il periodo che va dal fatidico ’68 al 1983 in Piemonte dove ha insegnato prima nelle Scuole Medie e negli ultimi Corsi Abilitanti, ricevendo riconoscimenti e consensi nel campo della scuola ma anche della stampa piemontese. Gli appunti di viaggio umano, che egli annota in questo breve libro, sono stati vissuti in prima persona. Proprio perché l’amico Catello, per pagarsi gli studi lavorava di giorno e studiava di notte. Ha pubblicato oltre quaranta volumi la maggior parte dei quali parlano del Cilento, tra storie, leggende, racconti, favole, enogastronomia, vita paesana, tradizioni, eccetera. Quest’opera, pur nella sua brevità e nella sua incompletezza, rappresenta una grossa testimonianza della vita nel territorio cilentano nel dopoguerra. Quei nostri compaesani che non dovettero emigrare nelle miniere del Belgio o nelle fabbriche in Germania, o addirittura oltreoceano, facendosi onore col loro lavoro nelle Americhe ed anche nell’Australia, per sfamare le proprie famiglie, mandando in Italia la maggior parte dei proventi del proprio lavoro, dovettero lavorare sodo nelle loro terre, spesso sfruttati e mantenuti come schiavi da padroni avidi e fattori senza scrupoli. Catello Nastro ha il merito di aver saputo raccogliere, grazie anche al mio aiuto nella ricerca e nelle testimonianze di eventi storici, ma anche di evoluzione sociale di un mondo contadino che solo negli anni ’70, con la comparsa di un turismo, talvolta incontrollato, è venuto a contatto con una agiatezza che gli ha fatto perdere la ruralità degli antichi padri e la saggezza della vita semplice del mondo contadino. Il popolo cilentano, che ebbe la forza, un secolo prima, di ribellarsi ai soprusi borbonici, con una serie di rivolte tra il 1821 ed il 1848, delle quali mi sono occupato personalmente per lasciare testimonianza ai posteri, che seppe arrivare col suo contributo nell’epopea garibaldina centocinquanta anni fa, con la straordinaria figura di Filippo Patella, si è inserito con dignità nel mondo tecnologico del terzo millennio, operando nel campo delle varie tecnologie, dell’informatica, del turismo, dell’arte e della cultura, abbandonando, ovviamente, la maggior parte degli “Antichi Mestieri Cilentani Scomparsi”, ma facendo nascere un percorso nuovo di civiltà, lavoro produttivo, democrazia.

Antonio Infante



UN VIAGGIO NEL PASSATO

Arrivati oramai alla soglia di settanta anni, peraltro vissuti intensamente, con interessi molteplici, si ha molto da raccontare. E Catello Nastro, giunto al suo 41° libro, anche se breve e coinciso, come d’altro canto almeno l’80% della sua produzione letteraria, ci narra delle vicende e delle esperienze vissute negli anni ’50 e ’60, in quel di San Marco di Agropoli, ancora non invasa dalla speculazione edilizia. Gli “antichi mestieri cilentani scomparsi” fanno oramai parte della nostra storia e della nostra cultura. Non esiste niente di più bello, per uno scrittore, che narrare delle vicende vissute o di avvenimenti dei quali è stato testimone. D’altro canto anche le più antiche vestigia del passato ci vengono tramandate dagli scrittori o dagli artisti in genere. La cultura in genere, ha contribuito a fare da collante tra un epoca e l’altra, le guerre, al contrario, hanno sempre costituito gli intervalli, più o meno disastrosi, per fare svoltare pagina alla storia. Più in senso negativo che positivo. Ancora una volta Catello Nastro, con questa sua opera, anche se di piccole dimensioni, ci presenta uno spaccato della vita e del mondo contadino della prima metà del secolo scorso toccando anche i primi due decenni. Giustamente egli si definisce uno “scrittore popolare”, prima perché viene dal popolo, secondo perché non si è mai definito uno storico, terzo perché ama la vita semplice e senza troppe complicazioni. Vederlo in giacca, camicia e cravatta, anche durante grossi eventi culturali, è alquanto difficile. Quello che colpisce, in questo suo quarantunesimo lavoro, è anche la sintesi dei concetti e la semplicità del linguaggio. Ma l’elemento più importante, è, a mio avviso, il messaggio educativo, che egli, vecchio professore in pensione, vuole lasciare ai giovani: conoscere il passato per vivere meglio il presente e progettare con coraggio il futuro. Sarà il suo un sassolino buttato nel mare, ma tanti sassolini possono anche creare un promontorio, una isola, una insenatura, un luogo di attracco e di ormeggio per giovani che spesso perdono la bussola in vista dei troppi orientamenti e della carenza di basi di lancio… In conclusione, ancora un libro per i giovani, affinché imparino come vivevano i loro nonni ed i loro bisnonni, come si sacrificavano per il lavoro e per la famiglia e per la casetta che li ospitava. Un vecchio professore può anche diventare un educatore permanente.

Renato Volpi



1 - LA VAMMANA
Era l'ostetrica, quella che faceva nascere i bambini aiutando le mamme nel momento del parto. Di solito si trattava di una donna, sposata o meno, che aveva partorito molti figli e proprio per questo era ufficiosamente abilitata all'esercizio della nobile professione di ostetrica. Naturalmente non aveva uno studio e visitava direttamente al domicilio della richiedente. Veniva contattata alcuni mesi prima del parto ed al momento opportuno (alle doglie, per intenderci) veniva chiamata per l'intervento. La famiglia della partoriente già aveva preparato dei panni lavati e conservati per l'evento, una brocca con dell'acqua pura di fonte che veniva bollita e che doveva servire per l'intervento. Alla procedura assisteva la madre e la suocera della donna, mentre l'accesso alla stanza era vietato al marito, ai maschi di casa ed ai minori. Non appena il bambino veniva alla luce veniva mostrato al padre che lo accoglieva felicemente se era maschio, ed un po' meno se era femmina. I maschi servivano per i lavori nei campi e quindi erano utili all'economia della famiglie, le donne...un po' meno! Oggigiorno il mestiere della levatrice. Detta anche mammana, è stato addirittura vietato dalla legge. Chi esercita questo mestiere senza regolare diploma o autorizzazione rischia addirittura di essere arrestato. Queste donne hanno esercitato la loro professione fino agli anni '50. Nel periodo della guerra non si andava tanto per il sottile. Da tenere conto che allora la percentuale dei decessi era di gran lunga superiore a quella attuale. Ostetriche professioniste, cliniche private o convenzionate, ospedali pubblici hanno sostituito oggi la “vammana” che, come tutte le altre professioni del tempo sovente veniva pagata in natura. Spesso si sentiva, per il passato, dire ad un giovane o una giovinetta:"T'aggio pigliato io”, cioè ti ho preso io". E costui - o costei - doveva rispetto e grande riconoscenza alla vecchia vammana.



2 - LA MATERASSARA

I materassi dei poveri erano fatti di sgoglie, che non erano altro che involucri delle pannocchie di granoturco essiccate per lungo tempo al sole. La pannocchia di granoturco si mangiava lessata o arrostita quando era ancora fresca, seccata, invece, veniva sgranocchiata ed i grani venivano di poi macinati o pestati per ricavarne pane o dell’ottima polenta gialla. Oggigiorno il mais si compra in scatola, al supermercato, già precotto, per non far lavorare troppo le moderne massaie abituate già da tempo ai surgelati ed ai prodotti a lunga conservazione. Cinquanta anni fa, ed oltre, naturalmente, il granoturco, apparso in Italia solamente dopo la scoperta dell’America, attorno al mille e cinquecento circa, bisognava procurarselo nella piccola azienda agricola. Bisognava arare il terreno, seminare il granoturco, annaffiarlo in periodi di siccità, raccoglierlo, seccarlo al sole sull’aia davanti la cascina, privarlo dell’involucro che servivano appunto per riempire il materasso, detto anche “lu saccone”, proprio perché come un grosso sacco. Per quello che si consumava in casa, bisognava sgranocchiarlo e conservarlo nelle casse lontano dai topi che ne erano ben ghiotti. Di solito, nelle campagne del Cilento di oltre mezzo secolo fa, il “saccone” con le sgoglie lo preparavano le donne di casa con a capo la nonna. Il saccone poteva durare anche molti anni quando veniva sostituito con un altro con le sgoglie nuove. Per la lana bisognava chiamare la “materassaia” che non era altro che una atavica artigiana ambulante che si recava a casa del cliente, o per meglio dire, della cliente, per scucire il materasso, trarne fuori la vecchia, consunta ed anche un poco puzzolente lana ( specialmente il materasso dei nonni, a causa della prostata…) lavarla accuratamente, sezionarla, asciugarla al sole, allargarla per rendere più soffice il materasso, riporla nell’involucro del materasso artigianale detto pure saccone, ricucire il tutto e riporlo nel letto degli sposi e degli altri componenti della famiglia. Il materasso dei poveri conteneva solo sgoglie, e quando serviva per gli sposi, la notte delle nozze si sentiva un vero e proprio concerto ritmico amoroso.



3 - L’ACCONZAOSSA

Si tratta senza dubbio del bisnonno dell’ortopedico, dello specialista in osteopatia. In quasi tutti gli ospedali il reparto di ortopedia è uno dei più frequentati. Oggigiorno ci sono i motorini che procurano clienti a queste specialità medico-ospedaliera. Radiografie accurate che fotografano gli arti ammaccati o rotti di molti giovani scavezzacollo certamente non molto prudenti. La rottura, naturalmente, l’acconzaossa non poteva né sanarle e nemmeno curarle. Nella maggior parte dei casi poteva anche peggiorare la situazione clinica del paziente. Quello che poteva curare facilmente, o quasi, era le distorsioni. Le storte, che erano frequenti perché nel secolo scorso le strade asfaltate e dal manto omogeneo erano prerogativa solo di alcune città, o meglio di alcune zone di una città. Queste malattie, croniche, come l’artrosi, o anche occasionali come le ammaccature e le storte, venivano sovente curate con cataplasmi di semi di lino ( lu’ cataplasma se semmenza re lino). Si facevano bollire le misture e poi in mezzo a due panni venivano posti ancora cocenti sulla parte da guarire. Gli adulti la sopportavano con cristiana rassegnazione, ma i bambini, a contatto con quello intruglio bollente urlavano a più non posso. Questi cataplasmi venivano anche usati per il mal di schiena o il mal di pancia. E come ho detto, in alcuni casi, peggioravano addirittura la patologia del paziente. Sovente l’arto “stirato” si tirava. Un parente teneva fermo il paziente e l’acconzaossa tirava il piede a più non posso. Ma d’altro canto la speranza era l’ultima a morire. E dopo questi trattamenti il paziente poteva anche sentirsi meglio…



4 - LU CANTASTORIE

La televisione non esisteva, non esisteva la radio e se uno la possedeva molto spesso non c’era la corrente elettrica per farla funzionare. Non esistevano nemmeno i VHS, i DVD, le pellicole o i films da 8mm, super 8, 16 o 35 mm. E se esistevano fornivano solo le grandi città e certamente non i piccoli paesi dell’interno del Cilento. Gradatamente, però, nel corso dei decenni comparvero. Come ultimamente sono comparsi internet, ADSL, il wireless ed infine i collegamenti satellitari che sono di ultimissima generazione risalenti addirittura a qualche mese fa: siamo nel 2008, per facilitare la ricerca ed il riferimento dei giovani lettori appassionati di informatica. Unica maniera per ascoltare qualcosa di nuovo, era ascoltare il cantastorie quando veniva nel paese. Spesso si accompagnava con uno strumento a corde. “La chitarra a battente” è uno strumento classico per accompagnare il cantastorie. Egli narrava di fatti reali, riportati dalla grande città, di fatti ricavati dalla sua immaginazione, di fatti di cronaca ed infine di pettegolezzi del paesello nel quale egli si trovava ed aveva appreso recentemente notizie sul gossip della metropoli di appena due o trecento abitanti. Il cantastorie portava anche la serenata. Sia ben chiaro che per tutto quello che faceva voleva un certo compenso che non sempre gli veniva dato in danaro ma sovente in natura. Grano, farina, uova, qualche pezzo di formaggio, qualche ricotta, un piccolo pezzo di lardo o della frutta e della verdura di stagione. Questo personaggio ambulante aveva un grande ruolo nella società del tempo. Era un grosso veicolo, ed anche l’unico, di notizie dai paesi viciniori. Molto spesso accennava a fatti di “corna” del paese tanto per fare “audience” ma poteva anche correre il rischio di buscarle di santa ragione…
5 – LU 'MBRELLARO
Si tratta di un artigiano ambulante che riparava gli ombrelli rotti sia nella struttura reggitessuto della cappella, sia nei fili di acciaio che reggevano l'ombrello vero e proprio. I suoi attrezzi erano "portatili" e semplicissimi. Una pinza, un martello, una piccola incudine ricavata da una "fetta" di binario ferroviario, ago, filo, qualche filo di ferro e tessuto per riparare la cappella dell'ombrello. Il parapioggia di quei tempi assumeva un aspetto molto curioso dopo varie riparazioni. Tessuti di vari colori, manici trapiantati da un ombrello all'altro, meccanismi per l'apertura rappezzati con filo di ferro sapientemente arrotolato e tante altre piccole astuzie che il buon artigiano ambulante doveva inventarsi a seconda dell'operazione da svolgere. Tenga conto il lettore che molto spesso veniva ripagato in natura. Pane, uova, un fiasco di vino, qualche mezza bottiglia di olio, un pezzo di lardo. Questo mestiere era in voga fino agli anni '60 ma è sopravvissuto anche oltre nei paesi interni della Campania. Oggi esistono sul mercato ombrelli “firmati” da famosi stilisti, ma anche ombrelli provenienti dalla Cina che costano anche meno di cinque euro l’uno. Ci sono anche quelli chiudibili che si possono portare anche in una borsetta per avere le mani libere ed essere aperti quando arrivano le prime gocce di pioggia dal cielo. Un’ultima curiosità. Mentre cinquanta anni fa un ombrello poteva durare anche una diecina d’anni, oggi può durare anche meno di dieci giorni. Basta un colpo di vento per rivoltarlo e renderlo in un attimo inservibile. Inoltre i tessuti sintetici hanno nella maggior parte sostituito quelli naturali. Aggiungo che, proprio l’altro giorno ho visto un servizio su RAI 2 sull’ultimo artigiano ombrellaio di Napoli il quale ha raccontato di aver confezionato un ombrello venduto per ventimila euro. Naturalmente con tessuti e pietre preziose e su commissione di qualche nobildonna che se lo poteva permettere.



6 - LU SANAPURCELLE
Il nonno dei veterinari lo potremmo definire... Provvisto di attrezzi quasi chirurgici ( un coltello affilatissimo, delle forbici, ago e filo per ricucire la ferita) passava per le campagne per castrare il maiale. L'animale, infatti, privato dei suoi nobilissimi attributi, diventava più grasso e quindi più utile alla gastronomia del tempo. Serviva anche per operare ( o castrare) il caprone che doveva fornire una ottima carne usata per il ragù. Non per niente questa carne si chiamava - e si chiama ancora oggi - carne di castrato!!! Naturalmente anche altri animali venivano sottoposti a questa operazione...loro malgrado. Oggi nel Cilento ci sono molti paesi che durante l’estate, per attrarre turisti, e quindi capitali dalla fascia costiera, organizzano sagre. Cannalonga, Stio, Perito, Ostigliano, Prignano e tanti altri paesini collinari del Cilento nei mesi di luglio ed agosto organizzano grossi stand in piazza o nei vari locali con la sagra del castrato, che viene di solito accompagnato da un grosso piatto di fusilli conditi con ragù di castrato o anche “la sagra re la crapa vudduta”. Inutile dire che ad ogni sagra vengono consumate intere botti di vino paesano. Sorte peggiore del castrato toccava all’ammagliato ( non ammogliato!!!) anzi essendo ammagliato, non si poteva più…ammogliare.



7 - LA SCOSAMAGLIA

Questa terminologia, a dire la verità, è alquanto impropria, perché l’operatrice non scuciva la maglia ma, piuttosto, faceva il lavoro inverso della “magliara”. Cioè, inizialmente, le donne, per la maggior parte anziane, che lavoravano a maglia, nelle giornate d’inverno quando non potevano recarsi nei campi o almeno all’esterno della casa per fare altri lavori, confezionavano, con i ferri o con l’uncinetto, il maglione che doveva servire per le feste per il figlio o la figlia ma maggiormente per nipoti e nipote. Le attempate donne di casa, prendevano un maglione dismesso, magari con toppe, magari strappato in più parti, con buchi, con lana di vario colore, e riportavano i fili allo stato originale che avvolgevano sapientemente in gomitoli “’e gliommare”. I colori della lana, tinti naturalmente, come il rosso, il giallo, il rosa o il celeste, oppure il nero per quelli che dovevano portare il lutto per un caro defunto ( ed il lutto, cioè il vestito nero completo, si portava anche per alcuni anni dopo la morte del genitore o del coniuge), venivano selezionati anche dopo la smagliatura di una dozzina di indumenti. In tale maniera la buona donna di casa, dopo un lavoro durato magari tutto un inverno, si trovava ad avere alcuni gomitoli di vario colore e da questi ne poteva ricavare dei maglioni o di un solo colore o di varie tinte. Quest’ ultimo di chiamava si chiamava “a fantasia”, proprio perché era la vecchietta che riusciva, con la sua fantasia, a creare maglioni quasi artistici e policromi usando lana di diverso colore. A questo punto qualche lettore potrà chiedere: ma le giunture tra un filo spezzato ed un altro, come si facevano. Si annodavano i fili, naturalmente. E questi nodi erano facilmente individuabili. Ma a quei tempi erano fatti naturali. Oggi invece farebbero la gioia di stilisti internazionali. Aggiungiamo che “’A scosamaglia” non era un mestiere vero e proprio, perché nella civiltà contadina del secolo scorso, anzi fino alla seconda guerra mondiale ed anche dopo, questi “interventi” avvenivano nella maggior parte delle abitazioni rurali dei non abbienti. Un altro fatto curioso “ lu scagno re li gliommare”. Se una massaia aveva del filo rosso e gli serviva del filo giallo, bastava che spandesse la voce in giro e poteva fare uno scambio con una vicina di casa o della cascina accanto. In tale maniera si aveva la possibilità di fare un maglione a tinta unita. Una lo faceva rosso ed un'altra giallo. Tra la fine degli anni quaranta e gli inizi degli anni cinquanta era usuale vedere, nel mio paese d’origine, Castellammare di Stabia, in provincia di Napoli, donne che “smagliavano” lana dalla mattina alla sera. In casa durante la stagione fredda e nel cortile o in mezzo alla strada, sul marciapiedi, durante le belle giornate di sole. Al tramonto bisognava smettere perché a quei tempi nella maggior parte delle case non c’era l’elettricità ed il petrolio…costava caro. Tenga conto il lettore che al tramonto, proprio perché non c’era la corrente, non esisteva nemmeno il televisore, verso le sei del pomeriggio già tutti dormivano. Magari protetti dal freddo solamente da un artigianale e casalingo maglione di lana…riciclata!!!


8 - LU SCRIVANO
Ai tempi dell'Unità d'Italia, la percentuale degli analfabeti nella Campania superava il 95%. Mentre nelle grandi città, che pure facevano la media, era inferiore, nei paesini interni arrivava in alcuni casi anche al 100%. Anche lo scrivano era un artigiano del tempo, ambulante ed anche questa figura si vedeva, con molte variazioni, fino ad una cinquantina di anni fa. Una cartella con dei fogli di carta, magari uno diverso dall’altro, una penna con calamaio, una bottiglietta di inchiostro ed un barattolo con della cenere passata al setaccio per asciugare rapidamente lo scritto. Solo dopo apparve tra questi artigiani la grande invenzione della carta assorbente. La donna che voleva scrivere una lettera al marito o al figlio al fronte, spiegava prima il suo messaggio allo scrivano e questi ne faceva una sintesi modellando il messaggio a suo piacimento. Molto spesso la risposta che veniva dal fronte ( quando raramente arrivava) era scritta non dallo scrivano militare ma dal cappellano che, per esercitare la sua missione, doveva per forza saper leggere e scrivere. Lo scrivano, una volta scritta la lettera, faceva apporre dalla donna una crocetta quasi a siglare l'originalità del messaggio, la infilava in una busta e molto spesso doveva anche provvedere alla spedizione postale che...figuriamoci quali garanzie potesse dare, specialmente in periodo bellico. Anche in questo caso il pagamento poteva avvenire in natura. Il baratto, nei paesi interni della Campania, fu in uso fino ad alcuni decenni fa.



9 - LU’ SPEZZIALE

Lo speziale era un frammisto tra l’erborista ed il farmacista. Oggi molti medicinali vengono ricavati da erbe spesso coltivate, ma anche spontanee dei boschi. Lo speziale oltre alla funzione del farmacista e dell’erborista, aveva anche quello di guaritore o per essere più moderni, di medico. In particolare modo nei paesini di campagna, dove non esisteva il medico, lo speziale lo sostituiva nella maggior parte dei casi. Nel mio recente libro “Cilento i nonni a tavola”, dedico un intero capitolo alle erbe medicinali. Infusi, decotti, distillati erano frequenti come oggi lo sono le pillole, la capsule o le supposte. “Lu fumiento” non era altro che il nonno dell’aerosol e delle inalazioni. Si mettevano le erbe curative in una bacinella piana di acqua calda, poi si poneva il paziente col volto sopra la bacinella, infine si poneva una tovaglia sopra la testa in maniera tale che la medicina (sic…) evaporata poteva penetrare nelle narici o nella gola del malato. Ricordiamo i “cataplasmi di semmenta di lino”, terribili ma altamente curativi. Nel secolo scorso le erbe servivano per combattere tutti i mali o…prevenirli. Pensate che alle ragazze sospettate di avere avuto rapporti sessuali coi coetanei, per evitare che rimanessero incinte, veniva somministrato molto prezzemolo. Secondo la tradizione del tempo il prezzemolo faceva abortire le ragazza che non volevano ( o non potevano avere figli). Dallo spezziale si potevano trovare erbe per urinare ed altre per non urinare, erbe per far passare la tosse ed il raffreddore, erbe per fare far latte alle puerpere, erbe per dimagrire ed altre per ingrassare, erbe per l’artrosi e per i reumatismi (quasi sempre decotti e cataplasmi), erbe per incentivare una maggiore sessualità dei maschi ( i cerasiello, cioè il peperoncino, sostituiva sovente il Viagra nella Dieta Mediterranea dell’800 e fino alla metà del 900). Ma c’erano anche delle erbe per…calmare l’irruenza sessuale dei giovani del tempo. Insomma l’erba dei nostri nonni aveva varie funzioni. Oggi per erba s’intende tutta altra cosa…



10 - LU MASTURASCIO
Il maestro d'ascia era pure lui un artigiano del tempo che esercitava la sua nobile professione con attrezzi che oggigiorno farebbero davvero ridere. Ma tenga conto l'attento lettore che allora non esisteva l'elettricità e nemmeno tutti gli attrezzi elettrici del fai da te...per non parlare poi di quelli a batteria che ti permettono di operare anche dove non esiste la corrente elettrica. 'O masturascio, oggi falegname, costruiva gli attrezzi che servivano nel mondo della civiltà contadina della Campania del tempo che fu. L'ascia, da cui il nome del suo mestiere, era l'attrezzo più usato. Ma non mancavano il martello, spesso di legno, scalpelli, chiodi, di ferro o anche di legno, rasoi per affinare, raspe e "chianozze" o pialle per affinare ulteriormente l'oggetto che costruiva. Si andava dagli arnesi di cucina ( cucchiai per girare la polenta, fagioli, ceci, verdura e paste nel paiolo appeso nel camino), taglieri per affettare il salame o la carne in genere, manici dei coltellacci ed ancora appendi attrezzi, scanni, sgabelli, panche, buffette, tavoli ed altre arnesi dai più svariati usi). Ma questo artigiano poteva produrre anche mobili per l'arredamento della casa di campagna che andavano dalla sedia alla panca, dallo sgabello per mungere le pecore e le capre, al forcone in legno per smuovere il fieno o la paglia,dalla pala per infornare il pane, alla madia per farlo lievitare, dai gioghi dei buoi per andare a finire di poi agli attrezzi più importanti come gli aratri, i carretti, le catose, le madie, i vassoi di legno e le culle (le connule o vocule) per i bambini, basse, a dondolo in maniera tale che la nonna con il piede poteva dondolare i neonati mentre con le mani poteva preparare il corredino per i bambini. Nelle zone più interne e montuose della Campania, molti di questi attrezzi venivano costruiti dai nonni che, durante l'inverno, quando pioveva o faceva molto freddo, non potevano andare nei campi e dovevano dedicarsi a lavori che potevano svolgere in casa. Ho visto molte "zane" o culle per bambini, e vi posso assicurare che molto spesso ci troviamo di fronte a vere e proprie opere d'arte. L'amore dei nonni per i nipotini, anche allora era grande, e tutti questi mobili erano il segno dell'affetto che essi provavano per i loro discendenti. Oggi il falegname opera sovente a livello industriale con apparecchiature elettriche e spesso elettroniche. Forse fa prima, ma il "masturascio" aveva un'altra poesia....



11 – LU LUPINARO

Il lupino è una pianta erbacea della famiglia delle Rosali che produce grappoli di fiori bianchi. Viene usato come foraggio per mucche, cavalli, pecore, capre eccetera. Il seme, da alcuni secoli, viene usato anche come alimento umano. Oggi viene usato per di più come passatempo (‘o spassatiempo), come i semi di zucca e i ceci essiccati, infornati e salati, come il pop corn, che poi non è altro che un tipo di granoturco importato dalle Americhe dopo la scoperta di Cristoforo Colombo. Anche le castagne, arrostite o lesse rientrano nella categoria di prodotti alimentari della terra che un tempo erano il cibo dei poveri, mentre oggi sono diventate cose ricercate nelle fiere, nelle sagre dei paesi interni, di collina o di montagna. Vale a dire che fino ad una cinquantina di anni fa si mangiavano per fame (specialmente durante la guerra!) ed oggi si gustano per sollecitare lo stomaco e per propiziare un bicchiere di vino o la più moderna birra se non addirittura la recentissima Coca Cola. Mi raccontava un mio coetaneo, che per lunghi anni, emigrato in Svizzera faceva il tagliaboschi (anche questo un mestiere quasi scomparso), che per far ammollire i semi secchi, dopo la bollitura, si riempiva un sacco di due o tre chili, o anche di più se la famiglia era numerosa, lo si legava con uno spago robusto e lo si immergeva in un ruscello o fiume, per alcuni giorni nell’acqua corrente…naturalmente. Se veniva conservato per alcuni giorni bisognava tenerlo sempre all’acqua corrente. Ancora oggi, specialmente durante l’estate, va conservato in frigorifero, ma bisogna sostituire l’acqua almeno una volta al giorno. Una volta ammollato, di poi bollito, il lupino veniva salato abbondantemente. Se i lupini venivano dimenticati, in particolare modo nella stagione calda nella stessa acqua senza cambiarla, per alcuni giorni, incominciavano a puzzare. Da questo il vecchio detto “fieti cumm’à ‘nu lupino fracito!!!”. Negli anni ’50, ed io lo ricordo, il lupinaio passava per le vie facendosi la pubblicità urlando la bontà del suo prodotto. Cosa curiosa, “’o cuppetiello”, a forma di cono ricavato da una giornale vecchio stretto nella parte più piccola per non farlo aprire facendo in tale maniera cadere il contenuto a terra. Nei giorni di fiera il lupinaio, prevedendo molti clienti, preparava molti “cuppetielli per tempo: piccoli, medi, e grandi. Oggi i lupini al mercato del giovedì me li porta un venditore di Battipaglia, con la sua Ape vetrata per proteggere il prodotto dalla polvere e dagli insetti. Non li compero per fame o appetito che dir si voglia, ma per una certa rivalsa psicologica che risale a circa 60 anni fa, al primo dopoguerra, per intenderci. Allora c’era gente che si poteva permettere il “lusso” di comperare dei lupini, altri invece no. Da qui la vecchia metafora per indicare il povero che mangiava lupini e si lamentava della sua povertà. Voltandosi indietro, vide un vecchio che raccoglieva da terra le bucce dei lupini che lui mangiava e li portava alla bocca. Da quel giorno non si lamentò più perché capì che esistevano degli esseri umani che non potevano comperare nemmeno i lupini, talmente erano poveri, e si dovevano accontentare di mangiare le bucce. Il mio fornitore di lupini, edizione 2008, mi fornisce anche capperi, olive, “papaccielle”, pistacchi (altri parenti dei lupini), giardiniera, arachidi (altri parenti dall’America), cipolline e cedriolini sott’aceto, eccetera. Questo lo richiede la dieta mediterranea. Un’alimentazione vegetariana fa vivere a lungo…fa spendere di meno…è più digeribile e…credete a me, è anche più gradita allo stomaco. Per concludere il mio “lupinaio” è un assiduo lettore dei miei libri. Recentemente ha letto “Cilento: i nonni a tavola”, una guida all’enogastronomia cilentana degli inizi del 900 che, il mese scorso, nel Palazzo Vargas di Vatolla, nel salone che ospitò Gianbattista Vico, ha ricevuto il Premio “Giovanni Farzati” per la letteratura enogastronomia. Per la gioia di averlo letto, mi ha dato anche del baccalà…non nel senso metaforico che potrebbe capire qualche lettore, ma nel senso ittico - gastronomico: da fare alla pizzaiola! E vi pare poco!!!



12 – LU MOLLAFUORBICI
Anche l'arrotino era un artigiano spesso ambulante che passava per i paesi di provincia due o tre volte l'anno. Si vedono ancora oggi in giro per alcuni paesi meno evoluti della nostra regione. Ma hanno ammodernato la loro impresa ambulante riportandola su bici o tricicli e muovendo la mola con la forza delle gambe sui pedali collegati sia alla forza motrice delle ruote e quando occorreva alla mola che doveva servire ad affilare le forbici. Sia ben chiaro che questo artigiano non affilava solo le forbici ma arrotava anche coltelli, mannaie, attrezzi per tosare le pecore e tutti gli altri attrezzi per scannare e poi macellare il maiale. Operazione questa, che avveniva, nella vecchia civiltà contadina della Campania, molto spesso prima delle vacanze natalizie, quando l'uccisione del suino ( più grasso era meglio era perchè doveva fornire molte calorie per l'inverno) diventava un vero e proprio rito con la partecipazione di tutti i componenti della famiglia. Fatto curioso era che tutte le donne di campagna dovevano tenere le forbici sempre affilate, perchè esse dovevano servire anche per scacciare il malocchio. Un paio di forbici sguainate su un mobile all'ingresso della casa scacciavano tutti gli invidiosi o quelli che volevano male a qualche componente della famiglia. Ancora oggi esistono solo nei paesi dell'entroterra campano. Al mio paese se ne vede uno, ma solo una volta l'anno, che viaggia su un Mercedes un poco antiquato e dal potente motore ricava l'energia per far girare il meccanismo della mola.



13 – LU MUNNEZZARO

Penso che tra gli antichi mestieri, quello che forse, a mio avviso, è più di interesse attuale è quello del “munnezzare”, oppure lo spazzino, o, come si chiama oggi, “operatore ecologico”. Nella prima metà del secolo scorso, come ho già citato in altri articoli pubblicati in internet o su supporto cartaceo su varie testate giornalistiche, non esisteva la plastica e non esisteva il cartone ed il vetro era talmente raro e costoso che difficilmente una bottiglia o un “buccaccio” si buttava via dopo l’uso. Questi recipienti, infatti, potevano durare anche per varie generazioni. In parole povere il figlio poteva usare la bottiglia o “Lu peretto” oppure “Lu perettieddo”, usato dal padre o addirittura dal nonno. In tale maniera si comprende che quello che oggi produce un famiglia di cinque o sei persone in un giorno, cinquanta anni fa veniva prodotto in non meno di un mese. E questo perché? Solamente perché nella civiltà contadina dell’ottocento e della prima metà del 900 esisteva un “riciclaggio” spontaneo. La mamma o la nonna pulivano la verdura per la minestra: gli scarti andavano alle galline o al maiale. Ammazzava un pollo per fare il brodo: le penne andavano come concime e le ossa al cane. Rimaneva il piatto di fusilli fatti in casa: non si buttavano perché servivano per la cena. Insomma, se nel mondo contadino di cento anni fa poco si produceva, era anche vero che poco si buttava nella spazzatura. Il “munnezzaro” quindi, assumeva un ruolo ed un aspetto diverso. Lu “mmerdaiuolo” era un tizio che andava a svuotare i pozzi neri, oppure raccoglieva il contenuto de “Li pisciuaturi”, in italiano vasi da notte che contenevano la naturale orina di tutta la famiglia di campagna, oppure “lu cantaro” che era una specie di vasetto, in terracotta verniciata, che serviva per la nobile cacca di tutta la famiglia. Poiché a quei tempi le famiglie erano numerose, il recipiente, di buon mattino, già era saturo, fino all’orlo di genuini escrementi con relativa orina. Di solito “lu pisciaturo” conteneva tre o quattro litri di liquido, mentre “lu cantaro” poteva anche superare i dieci litri. Dipendeva dal numero dei familiari ed anche dalla capacità dello stomaco dei componenti la famiglia. Tenga conto il lettore che ai miei tempi, ricordo, un mio zio divorava oltre mezzo chilo di “zituni cu’ lu’ rraù” e si scolava oltre due litri di vino: la domenica anche tre. E’ ovvio che, in tale caso, più che le capacità numerica dei componenti erano le capacità dello stomaco a fare la quantità. E dove andava a finire tutta questa roba? A concimare i campi, assieme al letame degli animali, dopo una accurata fermentazione a cielo aperto che…profumava l’aria di escrementi umani ed animali!!! Eppure a quei tempi, spesso, si viveva felici e contenti. Proprio come nelle favole. La raccolta differenziata? Non esisteva! Le discariche? Non esistevano! Il problema dello smaltimento rifiuti solidi urbani? Non esisteva! La tanto vituperata iperproduzione partenopea? Non esisteva!!! Oggi, specialmente in Campania, abbiamo fatto un passo avanti. Solo che ne abbiamo fatto anche qualcuno indietro, quando non facciamo la raccolta differenziata!!!



14 – LU MUZZUNARO

Col munnezzaro non c’entra proprio! Anche questo personaggio è scomparso da circa mezzo secolo. Esercitava la sua attività quasi sempre nelle città o nei grossi centri abitati. Il suo strumento di lavoro era un normale bastone che portava all’estremità inferiore un ferro appuntito, quasi sempre un chiodo sottile, lungo tre o quattro centimetri e, passeggiando disinvolto per le strade più affollate del centro, non appena incontrava un mozzicone di sigari o di sigarette, lo infilzava, con una certa indifferenza, e poi lo riponeva o in tasca o in una sacca che portava a tracolla. Era un mestiere umile ed umiliante. Quando si diceva a qualcuno “ma a coglie muzzuni!!!” si voleva indicare che il tizio non era buono a nulla. I muzzunari erano divisi in due categorie: quelli che raccoglievano mozziconi per poi sbriciolarli, privarli della cartina e spesso della parte bruciacchiata, e poi rivenderli ai fumatori o addirittura a coloro che costruivano le sigarette con le cartine in una microscopica azienda casalinga, oppure per farne uso proprio. Anche allora il fumo era un vizio. Uno dei pochi vizi della povera gente. “’O muzzunaro”, va detto, era un invalido, un anziano, oppure una persona che non aveva voglia di lavorare nei campi. Un fannullone, insomma. E non era nemmeno tanto ben visto. Infatti, tra costoro si nascondevano sovente i borseggiatori. Specialmente nei mercati e nelle fiere quando abbondavano i mozziconi, ma anche i soldini nei portafogli dei commercianti. Da annotare ancora che questo tipo di bastone veniva anche usato come arma di difesa o di offesa. Anzi, già da secoli veniva costruito il “bastone animato”. Bastava premere un bottone all’impugnatura che nello spazio di due o tre secondi appariva una grossa lama di pugnale dalla parte estrema. In tale maniera il bastone, fatto di legno leggero, ma nello stesso tempo flessibile e durissimo, assumeva l’aspetto di una vera e propria spada. Quindi un’arma da difesa e da offesa. Chi non poteva permettersi il lusso di comperare le cartine ( una specie di carta di riso, sottilissima che si leccava ai lembi per farla congiungere), poteva usare una “sgoglia” secca ricavata da una pannocchia di granoturco. Sovente questa sgoglia veniva tolta dal “saccone” che era una specie di materasso riempito di questi involucri delle pannocchie debitamente essiccate al sole per molti giorni. Oggi “’o muzzunaro” non esiste più. Le sigarette non si vendono più sfuse, come fino agli anni 60 – 70. Sul pacchetto avvisano che chi fuma muore prima. I distributori parlanti, automatici, elettronici, a moneta cartacea, ringraziano il “consumatore” e lo salutano anche!!! Più di questo…Una curiosità: queste sigarette riciclate vennero battezzate con un nome strano: le “tum tum”.



15 – LU PANNACCIARO

In italiano “lo straccivendolo” o anche raccoglitore di panni vecchi. Un piccolo imprenditore della Campania Felix che andava in giro per le case a raccogliere panni dismessi, estremamente consunti o sovente rattoppati da fare, oggigiorno, la gioia di un grande stilista. Urlava a squarciagola per le strade dei paesi “panne viecchie, cauzuni, mutande, vesti re li femmene ca’ songo ‘ngrassate troppo, vestiti re lu’ nonno ca’ se n’è gghiuto all’autu munno…”. In cambio di questi stracci offriva sovente un pezzo di sapone, di quelli fatti artigianalmente in laboratori di “saponari” che li ricavavano, se ben ricordo, facendo bolline grassi vegetali o animali (olio rancido, sugna, ecc) con la soda caustica. Veniva sparso su una tavola di marmo o di legno e poi veniva tagliato con un grosso coltello in maniera da ricavarne tanti piccoli parallepipedi (lu’ piezzo re sapone) che usava come merce di scambio. Tenga conto il lettore che a quei tempi il danaro, specialmente nei paesini dell’interno, di collina o addirittura di montagna, girava poco. Il baratto, al contrario, era in auge in particolare modo nelle fiere e nei mercati. “Tu dai una cosa a me, ed io do una cosa a te.” Gli imbrogli, quindi, erano quasi impossibili, anche perché il contadino (scarpe grosse, cervello fino) se truffato reagiva in maniera molto violenta: a schiaffi e pugni, a bastonate e talvolta poteva comparire anche un coltello… Insomma anche allora non scherzavano. Il riciclaggio dei “panni” durava all’infinito: anzi al panno finito!!! Oggi i giovani non ricordano più le toppe, sovente con stoffe diverse e pittoresche, di vari colori che si portavano ai gomiti o alle ginocchia. Questi, infatti, erano i punti dei vestiti che erano maggiormente esposti all’usura. Da tener conto che il contadino aveva un solo vestito: quello del matrimonio, che gli doveva servire per quando si recava agli altri matrimoni, da mettere solo a Natale e Pasqua, e da usare, infine, quando se ne andava all’altro mondo. Era quasi un’usanza indossare il vestito del matrimonio quando arrivava l’ora estrema. I vestiti per il lavoro, invece, erano di due tipi: estivo ed invernale. Durante la primavera –estate - autunno, spesso lavorava nei campi a dorso nudo, naturalmente quando non faceva molto freddo. Da aggiungere che quando pioveva, non poteva recarsi a lavorare e si doveva accontentare di fare dei lavori in casa. L’abbigliamento notturno, invece, durante la stagione fredda consisteva in mutande di lana e maglia pure di lana con maniche lunghe. Sotto le coperte si poteva riscaldare ( e fare altre cose!!!) con la moglie, oppure con un buon fiasco di vino che spesso sostituiva il…termosifone. Ma chi acquistava questi stracci dai “pannacciari”? I sarti del paese, naturalmente…e li usavano come veri e propri pezzi di ricambio. Le lenzuola, infine, dovevano durare parecchi anni e solo quando erano piene di buchi come una fette di groviera, venivano sezionati in tanti rettangoli e se ne ricavavano delle tovaglie che si usavano prima per la faccia, poi per il bagno una volta usciti dalla tinozza di legno, poi per i piedi e poi per le donne perché a quei tempi non esisteva il “Lines Seta Ultra”. Insomma la vita del lenzuolo, sebbene con varie funzioni, poteva durare anche una ventina d’anni. Pensate un poco in venti anni, ai tempi d’oggi, quante lenzuola, quante tovaglie e quanti pannolini vengono usati e gettati via. Non chiedetemi se era meglio allora o meglio oggi, perché non saprei veramente rispondere. ‘O pannacciaro, quindi, era un commerciante ambulante che spesso faceva questo lavoro cercando di arrotondare il reddito familiare che nella maggior parte dei casi gli proveniva dal lavoro diretto nei campi propri o in quelli degli altri latifondisti: i padroni, i signorotti o i padroni. Nelle città, ma anche nei piccoli centri, oggi che viviamo nel terzo millennio, esistono dei contenitori che raccolgono gli indumenti usati. Basta raccoglierli in una busta di plastica ed infilarli in un’apposita fessura. Che fine facciano, non me lo chiedete perché non lo so. Al mercato del giovedì, ad Agropoli, in provincia di Salerno, dove abito da molti anni, ci sta ancora qualche ambulante che vende indumenti usati e le buone donne, pensionate o anche giovanissime, di buon mattino, fanno a gara per accaparrarsi il pezzo più bello ad un prezzo veramente irrisorio. Da pochi anni sono arrivati anche “i pannacciari” cinesi. Vestiti bellissimi ad un prezzo bassissimo. Come faranno, non si sa!!!




16 – LU SCARPARO
Fino ad una ventina di anni fa, il calzolaio era un artigiano di primo piano nel proprio paese. Non solo riusciva a costruire delle scarpe su misura, anche per piedi un poco deformati o fuori misura, ma riusciva a riparare anche le scarpe usate. Oggigiorno sembra assurdo che un artigiano sprechi il proprio tempo per riparare le suole delle scarpe o magari sostituirle. Con l'attuale tecnologia le tomaie sono fatte a macchina, le cuciture sono fatte a macchina, il montaggio viene fatto a macchina... Ma a quei tempi le macchine come oggi, spesso computerizzate, non esistevano, per cui bisognava fare tutto a mano. Tagliare le suole, togliere i residui di quelle vecchie e consumate, incollare quelle nuove, cucirle, magari inchiodarle, ma sempre tutto fatto a mano. Pensate che oggi se un calzolaio dovesse costruire un paio di scarpe " a mano" ci vorrebbero due o trecento euro per ripagarlo. Un paio di scarpe, secondo la vecchia tradizione, occuperebbero senza dubbio una settimana di lavoro. Le parti che si consumavano anzitempo erano le suole, il tacco, i lacci e le fasce laterali delle pelli in particolare modo dove toccava il mignolo. Il calzolaio (detto anche nel passato solachianiello). é una figura storica che dovrebbe quasi quasi rientrare in un'area museale. Quindi quando andate da un artigiano calzolaio per farvi riparare le scarpe, pagate quello che vi chiede senza discutere. Il giorno dopo potreste non trovarlo...



17 – LU MASSARO


Il massaro era il principale responsabile di tutta la masseria. Egli poteva essere un fittuario della masseria oppure il responsabile al servizio del barone, del signorotto o del ricco latifondista. Premettiamo che a quel tempo, ed in particolare modo in zone isolate, la maggior parte dei pagamenti avveniva in natura e la circolazione di danaro contante era alquanto sporadica. Per usare un termine moderno potremmo benissimo affermare che il massaro era il “general manager” dell’azienda che dirigeva. Era lui ad assegnare i compiti. Gli uomini più forti erano destinati al lavoro dei campi, i meno giovani ed i minori ad accudire agli animali, alla raccolta del letame, alla conservazione delle uova, la cura degli animali da cortile, la cucina, la preparazione del pane e l’accurata cottura, servizi di pulizia. I lavoratori potevano essere residenti con paga in natura oppure forestieri con paga in danaro. Questi ultimi potevano andare a trovare la famiglia ogni due o tre settimane. Vivevano in uno stato di schiavitù totale. Dormivano vestiti in nicchie scavate nelle pareti su della paglia. Lavoravano anche più di dieci ore al giorno, dall’alba al tramonto con un piccolo intervallo verso le dieci del mattino. Al tramonto il pasto principale era del pane duro e scuro affettato posto in una bacinella nella quale il fattore versava dell’acqua bollente con un pizzico di sale ( da cui il termine acquasale) e sopra un filo d’olio. Durante il tempo della mietitura potevano avere anche un vinello di scarsa qualità che servire per rafforzare il corpo al duro lavoro. Allora non esistevano i sindacati. Chi non ubbidiva veniva cacciato via e spesso anche malmenato dal fattore. Pensate un poco l’umiliazione di questa gente in fila per un tozzo di pane nero bagnato in acqua e sale ed un goccio d’olio quasi sempre di scarto.



18 – LU FURGIARO



Il forgiaro era un artigiano che lavorava il ferro. Mastu Totonno aveva la sua forgia in Via San Marco ad Agropoli, a pochi passi dalla bottega di casaro di mio padre. Buona parte della nostra giornata libera la trascorrevamo nella sua bottega per costruire pugnali e spade di ferro che riuscivamo a recuperare nei cantieri edili o nella sua stessa bottega. Questa era una vera e propria capanna con tetto e pareti di lamiera per paura di incendio. In fondo c’era una catasta di carbon fossile, in un angolo la forgia con un mantice a manovella per attizzare il fuoco quando serviva una maggiore fiamma, al centro l’incudine e su un bancone affianco tenaglie di ogni tipo per tenere a mezzo metro di distanza il ferro rovente, rosso fuoco, che si doveva lavorare. Nella bottega del forgiaro si costruivano vanghe, pale, zappe, pichi, coltelli ed attrezzi agricoli in genere. Per la cucina egli serviva le massaie che venivano per un treppiedi che andava messo in cucina per varie esigenze. Per sostenere il bollilatte, il pentolone per la minestra per tutta la famiglia, gli alari per il grosso focone, le catene da camino per reggere il paiolo ( ne possiedo una dozzina nella mia collezione di attrezzi agricoli e vi posso assicurare che sono delle vere e proprie opere d’arte per lavorazione artigianale e quasi artistica). Gli oggetti a noi più cari, e più accessibili erano i chiodi dimessi dei cavalli, degli asini e dei muli che appunto erano detti monongulati perché possedevano una sola unghia che andava rinforzata col ferro. Questa operazione poteva avvenire anche ogni due o tre mesi. Dipendeva dal cammino che faceva il quadrupede. Per farvi capire, cari ragazzi, era un poco come il vostro papà fa sostituire le gomme della automobile ogni cinquantamila chilometri, più o meno. Il forgiaro, o più comunemente fabbro, costruiva anche chiodi, serrature per porte e finestre, “sagliescinni”, (un lucchetto per chiudere dall’interno porte e finestre), se era attrezzato poteva costruire anche cancelli in ferro battuto che erano veramente delle vere e proprie opere d’arte. Ma questi se li potevano permettere solo i ricchi latifondisti. I poveri, come al solito, non avevano proprio niente da difendere.



19 – ‘U FERRACAVALLO

Era il fabbro, forgiaro, che era specializzato per sostituire i ferri ai cavalli, muli ed asini. La sua officina sembrava la nonna dell’odierna officina meccanica. Una piazzola antistante la bottega era provvista di uno steccato di grossi pali di legno, ben saldati da chiodi che egli stesso aveva costruito e da fascette di ferro, dove venivano parcheggiati gli equini, legati da una grossa fune per paura di fuga. Mentre il contadino ritirava gli attrezzi costruiti dal fabbro oppure riparati solamente. Naturalmente i maschi da una parte e le femmine dall’altra per paura che combinassero qualche pasticcio. Il contadino “parcheggiava” il suo quadrupede e poi se ne tornava a piedi nei campi. Talvolta poteva anche aspettare una mezza giornata per ritirare il suo mezzo di locomozione. Il ferracavallo, in effetti, era un forgiaro o anche fabbro, specializzato nel costruire ferri per cavalli. La differenza essenziale era proprio il possesso di un parcheggio di grandi proporzioni per i quadrupedi, che spesso erano molti anche se lavorava quasi sempre su prenotazione. Egli diventava famoso quando lavorava per i cavalli da corsa. La corsa dei cavalli, molto frequente fino agli anni sessanta in Campania, oggi praticata esclusivamente negli ippodromi delle grandi città (Agnano a Napoli), si poteva svolgere anche nelle strade cittadine, e le scommesse volavano a cifre altissime. Solamente i ricchi potevano permettersi di possedere “un cavallo di razza” specializzato nella corsa al trotto o al galoppo. Alcuni giorni fa hanno scoperto delle corse abusive di cavalli in Sicilia e la televisione ci ha mostrato anche delle immagini notturne. Il cavallo da corsa veniva picchiato per farlo correre di più. Ma oggi la protezione animali (ENPA) fortunatamente non permette più questi maltrattamenti. Avere un cavallo da corsa era un hobby solo per i nobili ed i ricconi del tempo. La stalla, il sellaggio, l’alimentazione, la pulizia a “brusca e striglia”, lo stalliere ed infine il fantino costavano parecchio. Un fantino bravo del tempo poteva essere paragonato ad un pilota di Formula Uno. Le scommesse erano fatte dai proprietari dei cavalli, ma spesso partecipavano anche appassionati, proprio come quelli della schedina del Totocalcio.



20 – LU ZAPPATORE

‘O zappatore nun s’ha scorda ‘a mamma… Recita una bellissima canzone di Mario Merola. Ne è stato ricavato anche un film molto commovente. Un uomo, per fare il figlio avvocato, lavora sodo nei campi per pagare gli studi del figlio per farlo diventare avvocato. Costui, appena laureato, si sposa con una nobile e dimentica persino la madre. Il padre non gliela perdona e lo va a trovare a casa sua. Ma questa è solamente una sceneggiata. Lo zappatore, non solo nella cultura contadina del Cilento, ma in tutte le altre culture del tempo, è un manovale che lavora a giornata. Quando piove non può lavorare e quindi non può guadagnare. Viene controllato a vista dal contadino datore di lavoro ed il suo salario è basso. Molto basso. Quasi uno schiavo. O zappa il terreno con forza, oppure non trova lavoro. Accanto allo zappatore anche il vangatore. Colui, cioè, che al posto della zappa, usa la vanga. Naturalmente chi va a zappare alla giornata il terreno di un altro, significa che non ne possiede uno proprio. Inoltre il contadino, datore di lavoro, se lo ingaggia, significa che lui e la sua famiglia non ce la fanno a portare avanti il lavoro dei campi. Questa figura di manovale agricolo, veniva usata quasi sempre per gli orti non di grandi dimensioni. La coppia di buoi con l’aratore, serviva per la maggior parte per i latifondi, per il grano, il granoturco. Per gli ortaggi, invece, lo zappatore era la figura giusta. Spesso, come abbiamo già riferito altrove, veniva remunerato in natura. Grano, granoturco, olio, vino, ortaggi, frutta, in cambio delle sue prestazioni. Solo dopo la seconda guerra mondiale, con la costituzione dei sindacati di categoria, questi lavoratori acquistarono dei diritti e la loro dignità di salariati.



21 - LU FURNARO

Quando l’uomo scoprì la cottura dei cibi( carne, pesce, pane, verdure), fece senza dubbio un enorme passo avanti della civiltà del tempo. Tenga conto il lettore che ci riferiamo quasi alla preistoria. I cibi cotti diventavano più saporiti e più gustosi al palato. Ma erano anche più sicuri e più digeribili. Naturalmente la cucina ha subito nel corso dei secoli una evoluzione enorme. Ai miei tempi i forni elettrici si trovavano solo in pochissime case. La stessa cosa dicasi anche per la cucina. La legna era l’unico combustibile nelle case di campagna. Ma oggi ci sono le cucine col forno elettrico ed anche quello di recente invenzione, il forno a microonde. Le bombole dei gas sono arrivate nelle campagne solo dopo la fine della seconda guerra mondiale. La metanizzazione, che forse anche Agropoli godrà,andrà in funzione fra un paio d’anni. I fornai talvolta esistono anche nei piccoli paesi. Ma i mezzi di trasporto, per la consegna quotidiana, non ne fanno sentire la necessità. La cucina di campagna era “lu fucone” che fungeva anche da riscaldamento. La maggiori pietanze erano bollite e spesso anche arrostite. I forni che esistevano nelle città,, già da alcuni secoli ( ricordate l’assalto al forno dei “Promessi Sposi” ?) erano alimentati a legna anche perché per la cottura il carbon fossile non si poteva usare. Al tempo di Natale o di Pasqua, le massaie, con grosse “spare” poggiate in bilico sulla testa, portavano i dolci delle feste ad infornare. Si prenotavano, calcolavano il tempo di lievitazione e poi iniziava il corteo verso i forni. La maggior parte della case di campagna avevano anche il forno. Ma il pane non si faceva tutti i giorni ( sarebbe costato troppo), ma solo due, tre o quattro volte al mese. Anche i “vascuotti”, cioè il pane biscottato, doveva durare talvolta anche un mese. I dolci, come ho già detto, si facevano alcune volte l’anno, nelle grandi occasioni. L’impasto avveniva a mano, il lievito era naturale, e la lievitazione avveniva in grossi recipienti di legno, che potevano essere anche sovrapposti e venivano chiamati “li tavote” perché somigliavano alla base delle casse da morto. Naturalmente il fornaio quando infornava i pane o i dolci portati dal cliente si faceva pagare la prestazione, secondo una tabella che lui stesso stabiliva. Oggi il fornaio, o panettiere, produce vari tipi di pane. Nei tempi di carestia, quando il grano era raro, si usavano anche altre farine piuttosto…indigeste. Ci sono stati dei tempi che anche un tozzo di pane nero, raffermo, magari con la muffa, era desiderato. Quindi, cari ragazzi, oggi che avete da scegliere tra tante merendine, ricordate che nel mondo ci sta ancora qualche bambino che ha fame.



22 – LU STAGNARO

Era un artigiano ambulante. Si presentava nel paesino di montagna almeno una volta l’anno per “stagnare” utensili da cucina di rame, nella parte interna. La parte esterna, che stava a contatto col fuoco, non aveva bisogno di essere stagnata. La parte interna della “tiedda, o caccavieddo, o paiolo, caldaie, calderoni, cuccume” stava a contatto con gli alimenti. Il rame, durante la cottura emetteva una sostanza tossica “ lu’ vverderame” che poteva addirittura provocare seri danni alla salute, specialmente quando il cibo stava a contatto per più di qualche ora con recipiente contaminato. Lo stagnaro portava con se pochi attrezzi:
1) una fornacella per arroventare l’attrezzo per stagnare.
2) “’o martedduzzo” che era l’attrezzo per fondere lo stagno per coprire il recipiente di rame.
3) Il listello di stagno che veniva facilmente consumato per proteggere il recipiente.
4) Piccole lastre di rame, di solito riciclate da pentole dimesse che servivano per rattoppare questi recipienti.
5) Martelli e martelletti per completare l’opera.
Tenga conto il lettore che nella mia cantina trovasi ancora una vecchia caldaia in rame stagnata, di circa un quintale, che serviva nel caseificio di mio padre, quando giunse ad Agropoli, con tutta la famiglia, il 21 ottobre del 1951 e serviva per la produzione della ricotta di pecora. Inoltre la costruzione di questo recipiente risaliva addirittura agli anni ’30 o ‘40, vale a dire prima della Seconda Guerra Mondiale. Ma fu solo verso la fine degli anni ‘60 che venne sostituita da una caldaia a vapore in acciaio inossidabile. Infine va detto, per conoscenza dei giovani lettori, che le norme igieniche sanitarie, non erano certamente come quelle oggi in vigore. Oggi, in epoca di pentole a pressione, di acciaio inossidabile, alluminio ed altre leghe, la figura dello stagnaro è scomparsa già da tre o quattro decenni.



23 – LE SALATRICI DI ALICI

Questo antico mestiere, per la verità, anche se modificato, non è ancora scomparso. Prima c’erano delle mogli di pescatori che, quando i mariti tornavano dal mare con una grossa quantità di alici, non avendo la possibilità di venderle subito, le salavano per conservarle e poi venderle in vasetti di terracotta verniciate nella parte interna. A questa operazione, per la verità, partecipavano tutti i membri della famiglia. Allora non c’erano frigoriferi e surgelatoti. Bisognava “scapare” le alici, togliere le interiora e poi con tutte le lische metterle in vari strati in un vasetto. Uno strato di alici ed uno di sale grosso. Sopra il vasetto un tondo di legno e poi un peso ( di solito una grossa pietra di mare) per pressarle e farne uscire tutta l’acqua. Infine venivano conservate e poi vendute. Anche questa operazione la ricordo personalmente perché di solito si faceva al porto di Agropoli e questi vasetti venivano di poi venduti ai vari ristoranti ed anche ai privati. Un vasetto poteva bastare anche un intero anno. Le alici salate venivano usate per la preparazione di varie pietanze. Per l’acqua-sale, per gli spaghetti aglio, olio, peperoncino ed alici salate, per le pizze al forno con pomodoro ed alici, oppure in bianco con aglio, olio ed alici e per altre svariate pietanze sia nei primi piatti, che nei secondi e nei contorni. In speciale modo le insalate. Le alici di menaica di Pisciotta sono tra le migliori al mondo. Anche a S.Marco e Santa Maria di Castellabate ci sta ancora qualche stabilimento che produce le alici salate. Adesso, per facilitare il lavoro della massaie, esistono anche le alici salate sott’olio, che sono il fiore all’occhiello della ottima e squisita cucina mediterranea. In molti ristoranti del Cilento le alici salate compaiono nei vari antipasti. Servono a stuzzicare l’appetito e la…sete. In conclusione, le operaie che oggi si dedicano a questo lavoro hanno un proprio inquadramento sindacale e lavorano in piena dignità.



24 – LU CESTARO

Anche quello del cestaio è un antico mestiere quasi completamente scomparso. Oggi si vedono dei cesti come quelli di una volta. Ma la maggior parte vengono dalla Cina e sono prodotti da una cultura che con la nostra cilentana non hanno proprio niente a che vedere. Inoltre in questa produzione si fa spesso uso di macchine sia per la realizzazione dei filamenti e vimini per la costruzione di queste ceste ( circolari, ovali, rettangolare o anche quadrate). Nella costruzione di ceste, nella nostra cultura quasi sempre rotonde, si partiva dalla costruzione di una specie di stella con filamenti vegetali un poco più spessi e rigidi. Di poi si procedeva ad attorcigliare, o meglio intercalare, questi filamenti in cerchio partendo dal centro fino ad arrivare alla circonferenza maggiore. Alla fine, con un filamento più spesso e robusto, si creava il bordo alto pochi centimetri. Nella costruzione di questi cesti ( detti anche spare) che servivano per l’essiccazione dei fichi, delle prugne o di altra frutta per conservare secca se non si voleva fare la marmellata conservata in barattoli di vetro, venivano sovente impiegati filamenti di canne che abbondavano lungo i fiumi del territorio, che venivano seccati e poi ridotti a listelli. Un lavoro accurato che, se eseguito da mani inesperte, poteva addirittura ferire le mani del lavorante e farle sanguinare. Questi cesti servivano anche per i pescatori sia per esporre che per essiccare il pesce che poteva subire questo procedimento per la conservazione.



25 – LU VUTTARO

Anche questo è un mestiere quasi scomparso e viene praticato sporadicamente solo come un bene di lusso e non certamente come un bene di uso comune. La tina, la tinozza, la cupedda, la votta, la mezavotta, lu varrile, lu cato, sono tutti termini oramai scomparsi dal nostro vocabolario.
1) Lu’ tino: serviva per far bollire il mosto dopo la vendemmia. Dopo la bollitura il vino ricavato veniva conservato nella botte.
La tinozza: serviva sovente come vasca da bagno. Specialmente per i bambini che, almeno, due o tre volte l’anno dovevano fare il bagno, magari con sapone da bucato, per chi l’aveva.
2) Lu cato. Serviva, attaccato alla fune, per tirare l’acqua dal pozzo. La maggior parte delle case di campagna non avevano l’acqua corrente, ma solo il pozzo.
3) La cupedda. Era una tinozza molto ampia, ma abbastanza bassa. Serviva per contenere il pasto degli animali. Galline, papere, oche, o anche maiali. Molto spesso veniva sostituita, all’esterno dalla “vaveta” in pietra incavata dal contadino che impiagava addirittura mesi per questa operazione. Tenga conto il lettore che, a quei tempi, che non c’era la radio e la televisione, quando fuori pioveva, in contadino, con tutta la famiglia, si dedicava alla produzione di beni artigianali che dovevano servire nella stessa azienda famigliare.
4) La barrique. Di questa produzione oggi è rimasta solamente la botte da due quintali, detta anche barrique, che serve nella nostra cultura, per far invecchiare il vino di qualità, per produrre l’ottimo aglianico del Cilento barricato, e nelle altre culture, per l’invecchiamento di liquori ad alta gradazione alcolica. I legni usati sono per la maggior parte il rovere.



26 – LU GRAUNARO

Il “graunaro” era il fabbricante di carbone. Questi, a sua volta, lo vendeva a vari dettaglianti, che lo portavano in giro per venderlo per la maggior parte “pe’ lu vrasiero”, il braciere. Per i più poveri era costruito con semplice lamiera, per i più ricchi era in ottone con eleganti ed artistici manici. “Lu graunaro” raccoglieva la legna nel bosco, la tagliava con “lu struncone” se era in tronchi abbastanza grossi, con la scure o l’accetta se era piccola. Costruiva un cono vuoto al centro. Poi accendeva delle foglie secche all’interno di questo cono e faceva bruciare lentamente. Questo cono di legna doveva bruciare lentamente per essere carbonizzato, se la fiamma diventava grossa bruciava il tutto e rimaneva solo la cenere che non serviva più a niente, Proprio per questo motivo bisognava guardare la “graunara” giorno e notte per paura che si incendiasse.. Quando il fumo terminava ed il fuoco si spegneva, il carbone veniva raccolto in ceste o sacchi e veniva portato in deposito dal quale veniva venduto ai dettaglianti. Certamente il materiale costava poco al boscaiolo, ma pensate un poco quanta mano d’opera occorreva per produrre alcuni quintali di carbone. “La carbonella ‘i nuzze” si è incominciata a produrre poco prima della seconda guerra mondiale. I residue del frantoio delle ulive venivano ridotte in carbonella che servivano per i bracieri in particolare modo. Essendo oleosi procuravano un calore denso e quindi venivano richieste anche per il loro profumo.



27 – LU UARZONE

Il garzone di bottega era quello che oggi viene definito l’apprendista. Sovente, per mandare i figli come garzoni in qualche bottega artigiana, i genitori dovevano anche pagare. Oggi la situazione è molto cambiata. In peggio, naturalmente. Se un garzone, dopo aver appreso il mestiere in una bottega artigiana, magari assunto per fare un piacere ai genitori o a qualche parente, una volta dimesso, denunzia ai sindacati il suo datore di lavoro, costui passa un guaio, perché è costretto a sborsare contributi assicurativi che fino ad alcuni decenni fa non esistevano proprio. In questa maniera si è sancito la morte dell’artigianato. Certamente ci sono i corsi di formazione professionale. Ma tutto – o almeno la maggior parte dei casi – rimane in teoria. I Corsi professionali sono gestiti dalla regione, ma non tutto fila liscio come l’olio ed alla fine i contributi sono molti, la formazione poca. I novelli azzeccagarbugli, di manzoniana reminiscenza, hanno contribuito di molto alla distruzione dell’artigianato in Italia ed in particolare modo nell’Italia meridionale. Avevamo un grande tradizione nell’artigianato. Un poco la globalizzazione ( i prodotti dalla Cina, competitivi coi nostri solo nei prezzi, ma non certamente nella qualità) un poco la cattiva gestione delle risorse economiche dello stato e delle regioni, hanno fatto si che l’artigianato dell’Italia meridionale soccombesse miseramente all’assalto dei mercati stranieri. Non parliamo poi dell’immissione nel mercato di manodopera straniera a basso costo. Prima che qualcuno mi accusi di razzismo, voglio precisare che sono stato emigrante, impiegato, sono stato apprendista nell’azienda di mio padre, ho fatto il lavoro di casaro per pagarmi gli studi universitari, ho scritto migliaia di pagine a riguardo, e quindi mi ritengo in grado, in piena coscienza di esprimere un giudizio in merito. La figura del garzone, in particolare modo nell’artigianato italiano dagli anni ’70 in poi, andava si riqualificata, ma nei giusti termini e con le dovute regole. I corsi professionali ( la maggior parte dei quali certamente non indirizzanti ad attività produttive positive per la nostra economia in crisi alla fine di questo primo decennio del terzo millennio) a mio avviso, non sono stati adeguatamente studiati e realizzati. Il garzone, nella bottega artigianale nel primo e secondo dopoguerra ( dagli anni ’50, insomma) imparava una certa autonomia gestionale, copiandola dal suo datore di lavoro, volgarmente chiamato padrone. In parole povere, il garzone non solo imparava a fare il barbiere, il parrucchiere per signora, il calzolaio, il sarto, il callista, ecc, ma imparava a gestire autonomamente la sua azienda artigiana. Oggi la figura del garzone è scomparsa già da tempo…proprio perché questa figura produttiva e lavorativa, non è stata tenuta nella giusta ed adeguata considerazione.



28 – LU CALLISTA

Oggi la figura del “pedicure” e del “patologo” trova enorme rilevanza negli istituti di bellezza. Naturalmente la maggior parte dei clienti sono donne che dedicano buona parte della giornata alla cura della persona. Leggevo da qualche parte che le donne di cinquanta anni fa dedicavano tre ore al giorno per la cucina e dieci minuti per la propria bellezza. Oggi è assolutamente al contrario. Tre ore per la bellezza e dieci minuti per la cucina. Grazie anche ai surgelati, ai precotti ed ai preparati vari. Inoltre la donna di casa del secolo scorso aspettava nel suo paese di montagna che arrivasse il callista per curare i propri piedi. Oggi gli istituti di bellezza sorgono come funghi ed hanno sempre una grossa clientela. Non solo calli, ma cura dei piedi. Anche i piedi, oggi, fanno la bellezza di una donna, Anzi, sembra quasi che il piede oggi sia diventato un luogo di culto per i maschietti. Lungi da me voler fare una trattazione di sessuologia. Ma il tutto per far capire come sono cambiate le cose. E la tecnologia, poi. Pensate che un tempo, un uomo o una donna che si faceva togliere un callo, poteva anche incappare in una infezione dannosa per la propria salute. Oggi, coi moderni mezzi della chirurgia estetica questo non capita più. C’è la massima sicurezza. Inoltre anche nei piccoli centri del nostro beneamato Cilento esiste un “centro estetico”. Cinquanta anni fa bisognava aspettare l’artigiano ambulante che veniva tre o quattro volte l’anno.



29 – LU TAGLIALEGNA

Il taglialegna, o anche boscaiolo, è una figura non scomparsa del tutto, ma come la maggior parte dei casi, modificata. Al posto dello “struncone” una sega lunga circa due metri con due manici e azionata da due boscaioli, esiste la motosega a miscela o a nafta. Al posto del carretto trainato dal cavallo o dall’asino, o addirittura il mulo con la soma, per le zone più impervie, esiste il carrello trainato dal trattore o il motocarro. Nelle zone più impervie anche il carrello trainato dal cingolato. Si sceglieva la zona da disboscare o si selezionavano gli alberi da tagliare e quindi, con estrema perizia, si procedeva all’abbattimento dei grossi tronchi. Il legname, una volta a terra, veniva sezionato e selezionato. C’era la legna da ardere, ma anche quella che, una volta stagionata poteva servire per l’edilizia o per il “musturascio”. Nel Cilento il legno più usuale e duro anche, era il castagno. Oltre a produrre i famosi frutti, che sono un poco la caratteristica del nostro territorio, anche il legno trovava impiego nella costruzione di mobili. Tavoli, buffette, sedie, scanni, casse e madie, erano i mobili più ricavati. Il legno di castagno è molto duro. Sostituiva la noce in molti casi ed era anche meno attaccabile dai tarli proprio perché più resistente. Solo pochi anni fa, nell’azienda di Nastro antichità, gestita dai miei figli, è stata restaurata una cassa gigante ( u cascione) che superava come peso i due quintali. Spessa cinque o sei centimetri, alta oltre un metro, profonda un metro e venti, lunga almeno due metri e mezzo, ebbe bisogno dell’apporto di ben quattro persone per essere caricata sul furgone. Il taglialegna o boscaiolo, era un grossista. Egli rivendeva ad alcuni dettaglianti il suo prodotto e questi, a loro volta, lo rivendevano nei vari paesi del Cilento. Questa legna, inoltre, serviva sia come impiego in cucina, sia come riscaldamento. Da quando è arrivato il gas molto hanno abbandonato il suo uso. Ottimi clienti sono le pizzerie che ancora oggi fanno la buona pizza cilentana ( o napoletana) nel forno a legna.



30 – LU SANZARO

Anche il sensale, seppure non scomparso, ha subito una notevole modificazione nel corso degli ultimi decenni. Fino a mezzo secolo fa questa “agente di commercio”, come si chiamerebbe adesso, aveva un raggio d’azione abbastanza ampio che poteva andare dagli immobili ai matrimoni. Per maggiore chiarezza dei giovani lettori, faremo qui di seguito un elenco di professioni o di aziende che poteva gestire questa figura dei tempi passati.
A - AGENTE IMMOBILIARE. Se qualcuno doveva vendere una casa, o perchè l’aveva ereditata e lui ne possedeva già una, chiamava il sensale e questi, che faceva questo mestiere, di intermediario, cioè, in pochi giorni gliela vendeva anche perchè poteva gia avere qualche acquirente.
B - AGENTE MATRIMONIALE. Le ragazze belle, naturalmente, non avevano bisogno di lui perché il marito lo trovavano facilmente. Ma quelle meno belle, se non avevano un procacciatore, anche se non avevano una buona dote, difficilmente trovavano marito. Ed era compito del sensale evidenziare le caratteristiche positive della ragazza da marito, la dote ( vestiario, beni mobili, tra capre, pecore, galline, oche, tacchini, asino o cavallo, mucche e buoi e poi l’appezzamento di terreno che era importante). Da tenere conto che costui guadagnava molto nel far sposare una ragazza incinta, che doveva subito convolare a giuste nozze per evitare la vergogna. A questo proposito, per mostrare che il matrimonio la prima notte di nozze era stato consumato, la mamma di lei esponeva in bella vista, al balcone di casa dei novelli sposi, un tovagliolo macchiato di rosso per far vedere che la sposa era arrivata alle nozze illibata. E se non era così??? La madre di lei – furbacchiona – ammazzava una gallina e col suo sangue macchiava il tovagliolo che costituiva, in tale maniera la prova- falsa – che la figlia era arrivata alle nozze ancora vergine.
C - AGENTE DI TRASPORTO. Vi serve un carro, un calesse, una sella o una “sarma” per il mulo? Il sensale ve la trovava. Vi serviva anche il cavallo o l’asino. Lui sapeva già chi ne aveva uno in più e se lo voleva togliere. Naturalmente pur fornendo le referenze non garantiva mai l’oggetto in vendita. E molti contadini potevano anche comperare un asino vecchio, sfaticato o fannullone. Oggi per trovare un mezzo di trasporto basta solo andare in un autosalone.
D - AGENTE DI COMMERCIO ALL’INGROSSO – Una partita di grano, di olio o di vino. Magari foraggio per gli animali. Un quantitativo di ghiande per l’allevamento dei maiali?. Tutto faceva brodo. Il sensale poteva trovare tutto quello che poteva essere commercializzato. Per lui era solo questione di tempo. Sia nel comperare che nel vendere…



31 – LU VUALANO

I trattori meccanici sono comparsi nei latifondi già nella prima metà del secolo scorso. Nel Cilento, invece, non esistendo delle cooperative vere e proprie come quelle dell’Italia del nord, la loro comparsa avvenne dopo la seconda guerra mondiale. Anche perché il costo di un trattore, a quei tempi doveva essere altissimo. Ragion per cui la maggior parte dei contadini con un grosso appezzamento di terreno, quando arrivava il tempo dell’aratura, facevano arrivare un carro trainato dagli stessi buoi, con due ruote di circa due metri di diametri, con la circonferenza coperta da un grosso cerchione di ferro, con sopra l’aratro, pesantissimo, e gli attrezzi che servivano per la manutenzione. Il “vualano” ( il nonno del trattorista) poteva essere il proprietario oppure un salariato o un cottimista che lavorava per il padrone o per il massaro. Il compito del “vualano” era quello, una volta arrivato sul terreno da arare, di togliere la coppia di grossi e robusti buoi da carro e sistemarli davanti all’aratro. Prima di fare questa operazione, il “vualano” si studiava il lavoro, cioè il campo da arare. Incominciava ad arare dall’inizio fin quando arrivava alla fine. Molto spesso doveva arare due o tre volte il terreno per meglio dissodarlo e renderlo agevole alle coltivazioni. Di solito si trattava di grano o di mais. Il grano doveva servire per fare il pane e la pasta, il mais doveva servire come alimentazione sia per gli animali ma anche per la famiglia del contadino. Ricordiamo ancora una volta, che nella casa di campagna dei nostri nonni, difficilmente si buttava qualcosa, ma tutto veniva riciclato. Tutto serviva e quando non serviva più, serviva per fare concime. I buoi aravano per proprio conto, ma quando si fermavano, il “vualano” li punzecchiava con un apposito arnese ed i poveri bovini venivano sollecitati a sbrigarsi per portare avanti il lavoro. Sovente non veniva pagato in danaro, ma in natura. Tenga conto il lettore che nella prima metà del secolo scorso, specialmente nei paesini di campagna dell’interno, il baratto era una delle principali forme di commercio.




32 – LA RICAMATRICE

Anche questo è un mestiere quasi completamente scomparso. Era praticato solo dalle donne appassionate di questo lavoro-passatempo, da fare in casa nelle lunghe giornate d’inverno per se, per le proprie figlie, per le nipotine, o anche per terzi, naturalmente su commissione ed a pagamento. Posto il tessuto precedentemente disegnato su un telaio, con un ago nella cui cruna era stato precedentemente infilato un lungo filato colorato, incominciava un lavoro che poteva durare una settimana, un mese e persino un anno intero. Dipendeva dalla complessità della realizzazione. Se si trattava di fare solamente un orlo ad una tovaglia, ad un cuscino, a bevette o fazzoletti, si sbrigava subito, ma se bisognava realizzare scene di fiori e piante, o addirittura di animali o figure umane, occorrevano molti mesi. Più lungo era il lavoro più grande era la parcella. Adesso esistono dei corsi di ricamo e cucito. Nel Centro Sociale Polivalente per anziani del comune di Agropoli, in piazza monsignor Merola n. 7, tel. 0974 826949 del quale attualmente mi onoro di essere il Presidente, ogni giovedì dalle ore 15 alle ore 17, una dozzina di signore, anziane ed anche molte giovanette, si riuniscono per lavorare assieme, scambiarsi idee. La tecnica, comunque è ancora quella di alcuni secoli fa: telaio, ago, filo colorato e tanta…tanta pazienza. A completamento della trattazione, o meglio dell’accenno a questo antico mestiere che sa più di arte che di artigianato, aggiungiamo che quando la ricamatrice doveva lavorare su una superficie grande, come un lenzuolo matrimoniale, ad esempio, doveva varie volte spostare il tessuto da ricamare sul telaio. Era un mestiere praticato anche da donne invalide agli arti inferiore e che, in tale maniera, sfruttavano quelli superiori.



33 – LU TARTARARO

Un artigiano ambulante che visitava annualmente le cantine dove si produceva vino rosso e quindi avevano molte botti. Il suo lavoro consisteva nel pulire le pareti interne delle botti svuotate dell’ottimo vino cilentano: barbera, primitivo, aglianico, sangiovese. Con un raschietto, una specie di rasoio molto affilato, puliva gratuitamente le pareti interne delle botti in rovere ma anche in castagno. Rimetteva il tartaro rimosso in un recipiente ed attraverso una elaborata lavorazione, che richiedeva molto tempo, con l’evaporazione, ne ricavava pezzi solidi come il carbone. Attraverso altri procedimenti di lavorazione ne ricavava un lievito assolutamente naturale che venne sostituito, già molti decenni fa, da un lievito chimico comunemente denominato cremon tartaro tuttora usato specialmente in cucina. Attraverso il processo di cristallizzazione, si giungeva alla polverizzazione. Si narra che venisse usato anche in chimica ed in farmacia. Non mi dilungo su questo argomento perché le mie nozioni di chimica sono molto scarse dovute forse all’antipatia verso la materia e la professoressa al tempo del Liceo Classico.



34 – L’ACCHIAPPACANI

“L’acchiappacani” era di solito un impiegato comunale che aveva il compito di passare per il paese, accalappiare i cani randagi, abbandonati dai padroni perché vecchi e non servivano più, tenerli per due o tre giorni chiusi in un recinto ed aspettare che il legittimo proprietario venisse a riprenderlo altrimenti la sua sorte era segnata. Condanna a morte per avvelenamento o addirittura una botta in testa. Una volta rinchiuso nel recinto il cane poteva uscire vivo solo se era un cane da caccia ed era giovane. Tenga conto il lettore che ancora oggi esiste la barbara abitudine di abbandonare i cani vecchi nelle stradine di campagna. I poveri animali dopo pochi giorni morivano di fame. Poteva salvarsi anche se era un cane da pastore. Di quelli che sorvegliano il gregge al pascolo e difendono le pecore e le capre dai lupi, da altri cani randagi o anche dai ladri. I ladri di bestiame, fino ad una cinquantina di anni fa esistevano e molto spesso entravano in funzione. Naturalmente se il cane posto a difesa del gregge assaliva il ladro, questi, armato di un fucile da caccia, molto usuale a quei tempi, lo poteva ammazzare con una fucilata, ma il pastore, svegliato e sempre armato col colpo in canna poteva a sua volta uccidere il ladro di bestiame. “L’acchiappacani” era dotato di un lungo bastone, leggero, alla cui punta recava il “cappio”. Il cane che entrava con la testa nel cappio lo faceva restringere attorno al collo e non aveva via di scampo. Più scappava e più il cappio gli si ristringeva attorno al collo. Doveva seguire per forza chi lo catturava e lo portava nel recinto. Anche ad Agropoli, quand’ero ragazzo esisteva l’accalappiacani che è ancora abitante nella cittadina capoluogo del Cilento nella stessa via dove abito io. Ora ha quasi ottanta anni e ricordo quando accalappiò un barboncino di una signora che si mise ad urlare più della sua bestiolina imprigionata. Dovette liberarlo perché il cane aveva la…raccomandazione. Erano gli anni sessanta… Oggi esiste un canile nel vicino paese di Cicerale. I cani catturati o abbandonati vengono visitati e curati da un veterinario, mangiano e devono ogni giorno fino a quando vengono ripresi dal legittimo proprietario o adottati da persone che li curano e li amano. Oggi si parla di animali da compagnia e di “pet terapia”. Il mio cane, dopo essere vissuto ben sedici anni a casa mia è morto due anni fa. Gli ho dedicato un libro “Bestiario cilentano” che mi ha procurato anche un primo premio ad un concorso letterario. Si tratta dell’unico primo premio assegnato ad un mio libro. Amateli gli animali e non abbandonateli, anche se oggi “l’acchiappacani” non esiste più!



35 – LU PEZZARO

“Lu pezzaro” era un mestiere diverso dal “pannacciaro”. Mentre quest’ultimo raccoglieva indumenti usati scambiandoli con sapone, piatti, terrecotte, o oggetti di vetro e poi li rivendeva ai privati o nei vari mercati che abbondavano nei paesi con molti abitanti, mentre erano rari nei piccoli paesi di montagna, magari dopo aver provveduto a farli rattoppare da una sarta esperta che poteva essere la moglie, la madre o la sorella, facente parte non solo della famiglia ma anche di questa minuscola azienda. Molto spesso poteva fare un ottimo affare quando moriva un componente della famiglia e gli eredi si volevano disfare dei suoi abiti. Dalle scarpe alle mutande tutto veniva riciclato con questo tipo di commercio nella massima parte dei casi ambulante, da un paese all’altro. “Lu pezzaro” raccoglieva pezzi di stoffa anche minuscoli, unti e bisunti, come stracci vecchi o residui di sartoria oppure abiti che erano stati consumati e riparati tante volte che non potevano essere riparati più. Anche in questo caso avveniva il baratto con una bottiglia, un bicchiere, una ciotola di terracotta o oggetti di scarsissimo valore. La buona massaia del tempo poteva raccogliere questi stracci anche per un anno intero per una semplice bottiglia di vetro o un bicchiere. Oggi li buttiamo via a centinaia, i cosiddetti vuoti a perdere, ma a quei tempi anche una bottiglia aveva il suo valore. Il lettore attento a questo punto si pone la domanda: ma che fine facevano questi stracci? Attraverso un procedimento che non conosco, lo confesso, venivano trasformati in una specie di ovatta che serviva per imbottire cuscini e coperte doppie che nel dialetto cilentano prendevano il nome di “ ‘mbuttita”, cioè una specie di piumone imbottito con questi tessuti variopinti trasformati in una specie di ovatta. Questo mestiere rimase in uso fino agli anni ’20 – ’30 per poi scomparire anche nelle stesse città.



36 – LU CAPIDDARO

“Lu capiddaro” o anche “capillaro” era un commerciante ambulante che andava in giro nei paesi del Cilento a comperare capelli Sia ben chiaro che non acquistava capelli corti, magari da uomo, ma solo trecce di donne giovani. Più lunga e più bella era la treccia, più alto era il prezzo. Tanto per fare un esempio, un treccia lunga anche oltre mezzo metro, magari di capelli di colore biondo oro e di una certa consistenza poteva essere pagata anche oltre il corrispettivo odierno di cinquecento euro. Un milione delle vecchie lire. La treccia era, a quei tempi, specialmente nelle zone di campagna, molto usata dalle fanciulle anche quando arrivavano all’età da marito. Mi permetta una considerazione l’attento lettore. Oggi le ragazze mostrano ben altre parti del corpo che a quei tempi non era consentito. Le scollature erano in uso solo tra le donne nobili e le donne di facili costumi. La ragazza, una volta sposata, poteva essere vista dal marito solo dopo alcuni mesi diciamo così, scarsamente vestita. La maniche delle camicette erano quasi sempre lunghe, la gonna arrivava fin sopra le scarpe ed anche i capelli spesso erano coperti da un fazzoletto di cotone durante l’estate o di tessuto più pesante durante l’inverno. Questo copricapo veniva chiamato in dialetto cilentano “lu maccaturo” o più precisamente “lu muccaturo”. Non spieghiamo l’etimologia di questa parola perché sarebbe molto complicato e poco…poetico. Le trattative per comperare la treccia della ragazza potevano anche durare delle ore. Tutta la famiglia interveniva per elogiare la lunghezza e la bellezza della treccia fino a quando si raggiungeva l’accordo. Prima il pagamento! Come dice il vecchio proverbio:”Contadino, scarpe grosse, cervello fino!”. L’unica attrezzo del “capiddaro o capillaro” delle grosse forbici per tagliare di netto quasi alla radice la treccia e riporla come un tesoro in un sacchetto che portava con se. Nella città i capelli lunghi e biondi erano molto richiesti ed il commerciante poteva anche raddoppiare il prezzo. Per chi e per cosa servivano questi capelli? Per fare le parrucche, naturalmente, per donne dell’alta aristocrazia. Venivano lavorate e confezionate da abili artigiani per regine, principesse e cortigiane. Talvolta anche per donne ricche che avevano perduto i capelli a causa di qualche malattia. Ma solo raramente. E le donne calve che non avevano i soldi per comperarla come facevano. Ogni volta che uscivano portavano in testa “lu maccaturo”.



37 – LU SPACCAPRETE

Oggi quando entriamo in un cantiere edile troviamo un sacco di macchinari. Betoniere, che impastano il calcestruzzo, gru, che trasportano i materiali fino al decimo piano, camion ribaltabili che portano i materiali da costruzione, autocarri con pedane cariche di mattoni o blocchi in lapilli e cemento di tutte le forme ordinatamente montati su basi di legno o di plastica. Diciamo subito che le case di cento anni fa, e forse anche di cinquanta, erano di solito costruite fino a tre o quattro piani ed erano per la maggior parte in pietra, come quelle ancora non intonacate che possiamo ammirare nel centro storico di Agropoli e di molti altri paesi del Cilento. A quei tempi le pietre erano naturali, prodotti da varie parti e quindi non erano fatte a misura. Un operaio specializzato, una specie di scalpellino, le smussava e ne ricavava la forma che desiderava. Importanti erano le pietre che si trovavano negli spigoli delle casa proprio perché nel lato esterno dovevano essere sagomate ad angolo retto. Un lavoro duro e minuzioso che solo un uomo giovane, forte e robusto poteva fare. Anche gli attrezzi che egli usava erano pesanti e quindi alla fine della giornata il povero “spaccaprete” tornava a casa veramente stanco. Pensate un poco che a quei tempi non esistevano i carrelli elevatori e la pietra lavorata doveva essere trasportata a spalla fino al primo o anche secondo piano. Il tufo era più leggero e più facile da lavorare ma non sempre si poteva reperire in zona. Quando queste pietre dovevano essere portate da fuori paese esistevano dei carretti apposta tirati da cavalli o da buoi, dalle ruote e dal fondo robusto per trasportare questo carico pesantissimo. I tempi di costruzione erano lunghissimi. Per costruire una casetta di campagna di venti e trenta metri quadrati poteva anche passare un anno. Ogni tanto nei vecchi muri si trovano dei buchi che non servivano, come disse una guida turistica passando davanti al mio studio in Via Filippo Patella di Agropoli, che si trova in un palazzo a tre piani costruito nel 1882 per far nidificare i colombi e gli altri uccelli, ma per riporre delle travi e poggiarci sopra delle spesse tavole per costruire i ponteggi. Proprio perché a quei tempi non esistevano ponteggi metallici o carrelli elevatori.



38 – LU ‘MBASTACAUCINARE

Anche costui era un operaio dell’edilizia ed era addetto ad impastare a regola d’arte la sabbia con la calce per fare il collante tra le pietre soprapposte per costruire il muro. I suoi attrezzi erano semplici: una carriola di legno per trasportare il materiale secco nel luogo dell’impasto, una pala, una zappa con manico lungo per mescolare con l’acqua che veniva portata con un “cato” di legno e “la cardarella” un recipiente di legno o di lamiera con due manici che veniva portato a spalle fin sopra il muro, usando una lunga scala di legno, per essere poi depositato sul ponteggio dove il muratore stava ergendo il muro che diventava sempre più alto di giorno in giorno per arrivare alla giusta misura del solaio fatto di grosse travi di castagno a distanza di un metro circa, dove venivano poggiate delle tavole di legno dello spessore di quattro o cinque millimetri, quasi sempre di castagno e poi sopra veniva, non sempre, messo il solaio fatto di semplice malta e poi pavimentato da chi poteva permettersi il lusso di comperare le piastrelle. Nella costruzione di una casa trovavano impiego molti operai specializzati: il maestro muratore, che fungeva anche da geometra ed ingegnere, gli operai generici, lo scalpellino, l’impastatore, il fabbro, il falegname, il pittore, ecc. Esistevano anche delle grosse imprese di costruzione, che operavano certamente non nei paesini di montagna ma nei grossi centri ed in particolare modo nel campo dell’edilizia sacra. Ogni paese aveva, anche nel passato, la sua bella chiesetta, col suo campanile e la sua campana che chiamava a raccolta la popolazione.



39 – LU PERTECATORE

Era un operaio specializzato nel far cadere la frutta dagli alberi alti percotendo i rami nel punto giusto con una lunghissima pertica che usava con particolare maestria. Alberi di alto fusto erano le noci, gli ulivi, le castagne, le nocciole, ma anche le querce che fornivano le ghiande per i maiali. Con una scala in legno, leggera e facilmente trasportabile, si recava in prossimità dell’albero da “pertecare”, la poneva in verticale appoggiata al tronco o ad un ramo robusto e poi trovava una facile collocazione, sempre pericolosa, comunque, per avere le due braccia a disposizione per “pirucculare” i rami a farne cadere i frutti che arrivando a terra non si rovinavano come poteva avvenire, ad esempio, per le arance, le pere, le mele, le prughe eccetera. Veniva remunerato a giornata o, quasi sempre a cottimo. Il proprietario degli alberi gli mostrava la grandezza e l’altezza ed il numero, naturalmente, e poi pattuiva il prezzo. Di solito avveniva il baratto, come ho già spiegato altre volte. Una percentuale sul raccolto. Per esempio, su ogni dieci sacchi di noci raccolte, a lui poteva toccare un sacco come compenso. Egli, naturalmente sapeva già a chi rivenderle o come utilizzarle, spesso per un altro baratto, se non addirittura per la famiglia. Ricordiamoci ancora una volta che a quei tempi le famiglie erano numerose, le noci si potevano conservare nelle casse di legno al riparo dei topi che ne vanno ghiotti, ed inoltre le noci, specialmente durante l’inverno, oltre a completare il pranzo o la cena, apportavano molte calorie vegetali oggi chiamate della “Dieta Mediterranea”. E se “lu perticatore” cadeva e disgraziatamente si spezzava una gamba? Erano cavoli suoi…A quei tempi l’assicurazione agricola non era stata ancora inventata. Un’ultima curiosità. Le noci e le nocelle costituivano il gioco dei bambini del tempo. Una specie di gioco delle bocce. Si mettevano tre noci sotto ed una sopra creando una piccola piramide. Due o più ragazzi tiravano un noce da una certa distanza, di solito un paio di metri, chi faceva cadere la noce in cima vinceva le quattro noci messe in palio. Questo gioco l’ho praticato pure io. Verso la fine della prima metà del secolo scorso. Cioè sessanta anni fa…



40 – LU CENNERARO

Oggi ci sta la lavatrice. Lava i panni e qualcuna li asciuga pure. Il ferro elettrico a vapore li stira ed il gioco è fatto in men che si pensi.
Nel periodo della Seconda Guerra Mondiali ed anche qualche decennio dopo, il bucato poteva durare anche tre o quattro giorni. Una grossa tinozza a forma semiconica, acqua di pozzo, cenere, erbe profumate secche e l’ammollo che durava anche una settimana. A quei tempi esistevano anche i pidocchi… I vestiti non si cambiavano ogni giorno ma una volta la settimana. Alcuni anche una volta al mese. Le lenzuola anche ogni due o tre mesi. Le coperte una sola volta l’anno: di solito a fine inverno quando si riponevano nello stipone o nelle casse per riprenderle ai primi freddi dell’autunno inoltrato. Alcuni le coperte le lavavano anche ogni due o tre anni. In ogni casa di campagna esisteva l’aia alla cui estremità si trovavano due pali collegati da una corda ad un paio di metri di altezza. Qui venivano messi i panni bagnati a far asciugare al sole. Di solito la cenere era un prodotto domestico. Ma chi non aveva il camino, o per meglio dire “lu fucone” che fungeva da riscaldamento della casa ed anche da cucina, ed era raro, era costretto a comperare la cenere da “lu cenneraro”. Questo lo facevano le mamme che avevano i bambini piccoli. Ricordiamoci che a quei tempi i pannolini usa e getta non erano stati ancora inventati.



41 – LU LATTARO

Forse qualcuno non mi crederà: ma questo è stato il mio primo mestiere! Nel 1951, circa sessanta anni fa, mio padre, buonanima, si trasferì ad Agropoli, in Via San Marco, e nel negozio dove oggi esiste una pescheria, impiantò un piccolo caseificio. Si vendevano ricotta, mozzarelle, caciocavalli e formaggi. Ma anche il latte arrivato caldo caldo appena munto, crudo, che doveva poi essere bollito dalle massaie che ogni mattina venivano con un loro recipiente. Spesso, appena dodicenne, ricordo come fosse ieri, attingevo con un misurino il alluminio, da un quarto, mezzo litro o un litro, il profumato e candido liquido da un secchio di quindici litri e lo versavo nelle pentole o nelle bottiglie delle clienti. C’erano a quei tempi anche delle famiglie numerose che venivano ad acquistarne, provviste di un bidoncino in lamiera stagnata o alluminio, anche due o tre litri. Ricordo che tra le tante clienti veniva anche una vecchietta che abitava sola, senza pensione, povera allo stremo, e mio padre mi disse che quella signora aveva fatto l’abbonamento per tutto l’anno, per cui io le doveva dare un quarto di latte ogni mattina senza che lo pagasse. Dopo un mese scoprii che mio padre non glielo faceva pagare perché era troppo povera. Uno dei primi aggiornamenti della tecnologia del lattaio fu il densimetro. Una specie di termometro che misurava la densità del latte. Cioè immerso nel secchio del produttore denunziava la presenza della quantità di acqua che il contadino spesso disonesto aggiungeva fraudolentemente per guadagnare di più. Mi ricordo che al primo controllo veniva avvisato, al secondo scartato dall’elenco dei fornitori di latte. Ho letto su qualche giornale che il latte naturale crudo, alla spina, come si dice oggi, sfuso, sta tornando di moda in alcune città del nord. Due secoli fa, in particolare modo nei grossi centri del Cilento, passava la contadina che tirava una mucca, il cui muggito, pubblicità del tutto naturale, svegliava le massaie che ancora dormivano e che si recavano presso il bovino da dove il latte usciva direttamente nelle pentole dalle mammelle dell’animale. Molto spesso veniva consumato ancora caldo…naturale. Naturalmente va bollito subito. Specialmente durante l’estate. Oggi esiste il latte a lunga conservazione. Ma il sapore ed il profumo non è più lo stesso!!!



42 – L’ACCHIAPPAPERUCCHIE

Questo mestiere è esistito fino alla prima metà del secolo scorso ed ha trovato grande impiego alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Quando i superstiti soldati italiani, dopo l’armistizio, tornavano dal fronte, nella maggior parte dei casi erano sporchi, stanchi, mezzi distrutti, con le divise consunte ed irriconoscibili ed anche pieni di pidocchi. La buone donne, mogli o madri o sorelle, li facevano spogliare nudi, li immergevano in grosse tinozze di acqua calda con dei disinfettanti che si potevano trovare al tempo e poi li spidocchiavano. Nella maggior parte dei casi venivano rasati in tutto il corpo, poi arrivava la spidocchiatrice ed eliminava, stringendoli tra le unghie, i pidocchi sopravvissuti. Oltre ai pidocchi essi portavano addosso anche altri insetti schifosi e parassiti come le piattole ( in dialetto cilentano”li chiattilli) che si annidavano per la maggior parte dei casi nelle zone intime del soldato che non poteva fare altro che grattarsi dalla mattina alla sera. Le divise e tutti gli abiti del soldato venivano ammucchiate in un angolo, cosparse di petrolio o di benzina e poi incendiate in maniera tale da distruggere anche gli insetti parassiti che in essi si trovavano. Ancora oggi, in alcune scuole dell’Italia ( ed anche del mondo) si verificano infestazioni da pidocchi che però vengono subito debellate grazie ai moderni prodotti della nuova medicina. “L’acchiappaperucchie” era una donna anziana, quasi sempre del paese che si recava a casa del fanciullo infestato, lo faceva sedere su uno sgabello davanti a se, gli cospargeva il capo di olio e poi incominciava lo spidocchiamento, ammazzando i pidocchi uno per uno. Comunque quando in un paesino si incontrava un ragazzo o un adulto col capo rasato, significava, nella maggior parte dei casi che il soggetto aveva subito una invasione di pidocchi. Oggi con l’appellativo “pidocchioso” si sta ad indicare una persona tirchia, avara, che accetta ben volentieri un caffè se tu glielo offri, ma non mette mai mano alla tasca per offrirlo lui a te.



43 – LU TAVERNARO

La taverna esisteva solo nei luoghi di transito, nei paesi con un certo numero di abitanti o nelle stazioni di cambio cavalli o di riposo degli stessi. Le corriere avevano delle vere e proprie stazioni di posta e di trasporto persone. E’ logico che dopo una giornata di viaggio il viandante doveva riposarsi, come pure il cocchiere ed anche i cavalli che trainavano la carrozza. Queste antiche stazioni di servizio avevano la stalla per i cavalli come parcheggio, un atrio per le carrozze, qualche stanza da letto per far riposare i viandanti ed il cocchiere che quasi sempre dormiva nella carrozza per paura dei ladri. Durante l’inverno nella taverna il focone era sempre accesso. Esso, come già abbiamo accennato innanzi, fungeva da riscaldamento ed anche da cucina. Dopo una giornata di viaggio la fame e la sete erano enormi. Si mangiava e si beveva a più non posso…Tanto allora non esisteva il palloncino con l’etilometro. Molto spesso carrozze, cocchiere, cavalli e viandanti precipitavano in un burrone e sovente ci rimettevano pure la pelle. Comunque già nei secoli scorsi era fatto divieto ai cocchiere di bere alcolici. Ma quasi nessuno lo rispettava. La cena del tavernaro consisteva quasi sempre in una minestra di verdure con del pane duro dentro, della carne quasi sempre alla brace arrostita sul focone e del formaggio. La frutta concludeva la cena che doveva essere ipercalorica in particolare modo durante la stagione fredda. Oggigiorno il tavernaro è stato sostituito dal ristorante, la tavola calda, la pizzeria ed il pub. La scelta è ampia. Ma a quei tempi c’era poco da scegliere.



44 – LU SEGATORE

Gli strumenti usati dal segatore andavano dalle piccole misure alle grandi misure. Vari tipi di serracchio per tagliare le tavole con l’archetto orizzontale, mentre la sega con l’archetto verticale veniva usata per tagliare “Le chiancarelle” per farle tutte della stessa misura per farne una fila uniforme tra le due travi di castagno che dovevano, assieme ad altre, formare il solaio della stanza. “Lu strungone” era una sega senza arco, con due manici di legno ai lati e serviva per tagliare i grossi tronchi che il giorno prima erano maestosi alberi che si ergevano verso il cielo, carichi di foglie o spogli in autunno. I boschi non venivano abbattuti senza discriminazione, ma dopo una attenta analisi, per sfoltire, per dare più aria a superstiti, per non creare vuoti che avrebbero potuto causare smottamenti in caso di forte pioggia. Aggiungiamo pure, per fare un paragone col presente, che quello che allora potevano fare in una giornata molti operai, oggi, con la moderna tecnologia lo può fare un operaio solamente. Leggevo da qualche parte che sono stati realizzati recentemente dei mastodontici trattori che riescono a fare quello che possono fare cinquecento operai dei campi impiegando lo stesso tempo. “Lu segatore” veniva chiamato anche da famiglie composte di anziani per la maggior parte invalidi, che non potevano provvedere a tagliare i tronchi. Oggi esiste la Guardia Forestale che protegge e pianifica il taglio. Molto spesso leggiamo sui giornali o guardiamo per televisione i danni che causano gli smottamenti a causa di una deforestazione selvaggia dovuta nella maggior parte dei casi alla speculazione edilizia. Tra il 2009 ed il 2010, proprio a causa di una indiscriminata distruzione di boschi e di una speculazione edilizia selvaggia, nel sud Italia, come pure in altri parti del mondo, ci sono stati enormi smottamenti di terreno che non solo hanno causato la distruzione di molti centri abitati, ma anche alcune vittime tra la popolazione.



45 – LU FUSCEDDARO

Lavorando per molti anni nel caseificio di mio padre, di “fuscedde” o “fuscelle” (prima voce in cilentano stretto, seconda voce più verso il napoletano) me ne sono fatto veramente una cultura. C’erano quelle per la ricotta, a forma semiconica, da non superare mai il mezzo chilo. Per il formaggio, quasi sempre pecorino, oppure misto,( mucca, pecora e capra), le fuscedde o forme per il formaggio, andavano dal quarto di chilo fino ai due chilogrammi ed erano a forma cilindrica. Perché questa varietà? Una famiglia numerosa che doveva comperare due chili di formaggio e comperava otto forme da un quarto, aveva uno scarto enorme. Molta buccia che, essendo trattata a quei tempi solo con olio e aceto, non era commestibile, anche perché sottoposta ad invasione di insetti di varia natura, creava anche molto scarto e quindi la famiglia numerosa preferiva comperare una forma grande e per non far seccare lo spicchio aperto e per proteggerlo anche da mosche, lo copriva con un panno bagnato. Il “fusceddaro” proveniva molto spesso da Piaggine col suo carico assortito di forme fatte di giunchi seccati ed intessuti ad opera d’arte. Faceva il giro per i caseifici di Agropoli ( uno solo: quello di Carmine Nastro, mio padre, buonanima) e poi passava nella Piana del Sele e quindi nei paesi di montagna dove i pastori facevano provvista. Aggiungiamo che fino a pochi anni fa, durante l’inverno, in una specie di transumanza, molti pastori col loro gregge ed i loro cani da guardia, arrivavano ad Agropoli dove i pascoli delle nostre campagne di pianura o di bassa collina erano verdi e pieni di cibo per i lanuti ospiti. Da ottobre ad aprile - maggio rimanevano nelle nostre contrade e nel periodo di Pasqua si produceva, oltre la ricotta ed il formaggio secco da mangiare o da grattugiare anche la “toma”, una cagliata fresca che unita a uova, salame, lardo e pepe serviva per fare un rustico caratteristico di Pasqua: “la pizza chiena”, ipercalorica a più non posso. Ma nelle nostre case si mangiava solamente nelle festività pasquali. Adesso tutto è stato sostituito dalla plastica: anche le “fuscedde” anche con vuoto a perdere. Un’ultima curiosità. Molto spesso il caglio di capretto causava la fermentazioni di qualche forma con la presenza di piccoli vermi. Erano questi i veri fermenti lattici naturali e ad Agropoli esistevano una ventina di clienti che richiedevano questo formaggio fermentato con la presenza di vermi affermando che era una vera prelibatezza ed una naturale cura per i malati di stomaco. Veniva chiamato nel gergo “furmaggio re quaglio” che si divideva in due sottospecie: “cu’ li viermi” o “senza li viermi”. Vedere persone, anche di una certa cultura, come medici, assaggiare questa prelibatezza gastronomica, faceva quasi schifo. Oggi un fenomeno del genere potrebbe anche far chiudere, ad opera dei NAS, un negozio.



46 - LU CERNECCHIARO

“Lu cernecchio” veniva usato per gli alimenti ma anche nell’edilizia. Una specie di tamburo, di svariate misure, serviva in cucina per “cernicchiare” la farina. Si potevano trovare dei grumi, dovuti all’umidità, ma anche degli insetti se non addirittura qualche scarafaggio. Ma solo l’insetto veniva buttato: la farina no, perché era troppo preziosa. Il cernecchio serviva per passare la ricotta, quando la buona massaia doveva fare un dolce (raramente e nelle occasioni importanti). Insomma era un arnese che serviva sia per rendere più omogeneo il prodotto ma anche per selezionarlo da corpi estranei. Era composto da un cerchio di legno lavorato ed al centro la retina poteva essere di seta, di altro tessuto ma anche di metallo. Non solo di uso domestico ma anche di uso artigianale era “lu cernicchio”. Specialmente nell’edilizia, dopo aver impastato la calce con la sabbia, che già precedentemente era stata cernicchiata con un altro tipo di cernicchio a secco, per ricavarne un intonaco più omogeneo si faceva questo procedimento. Ancora oggi, in edilizia, esistono questi cernicchi metallici, di ferro, con due manici laterali, con della rete metallica di vario calibro. La parte, diciamo così, filtrata, buona per l’intonaco costituiva un mucchio più grande che subito gli stuccatori usavano per intonacare gli interni delle abitazioni, i rifiuti venivano usati spesso per costruire l’aia oppure piccole zone protette davanti casa.




47 – LU MBAGLIASEGGIE

Oggi sentiamo parlare di tavernette, locali rustici, cantinole con tavernetta, arredate naturalmente tutte in stile rustico. Il tavolo fratino al centro, con attorno le sedie con la seduta in paglia. Per maggiore chiarezza diciamo che l’impagliatura sottile, come una specie i retina vegetale, omogenea, con piccoli buchi al centro, è la cosiddetta “paglia di Vienna” che veniva usata per le sedie thonet, tanto in voga nell’epoca liberty, ma che con la nostra cultura non hanno niente a che vedere. La sedia rustica cilentana, consunta dal troppo uso di grosse e grasse contadine del tempo che durante l’inverno ospitava davanti al focone il loro didietro per molte ore al giorno, ad un certo punto incominciava a sfaldarsi un poco per volta con un processo che poteva durare anche qualche mese. Ma, giunti allo stremo, la sedia doveva essere impagliata di nuovo. L’artigiano poteva essere del paese o di un paese vicino. Ma, come ho già accennato precedentemente la maggior parte degli artigiani erano ambulanti, specialmente se abitavano in piccoli comuni collinari o addirittura montani. Si spostavano con un certo ordine in maniera tale che le massaie potevano predisporre il materiale da riparare. A quei tempi trovare una famiglia composta da due o tre persone era raro. Sotto lo stesso tetto potevano convivere anche tre o quattro generazioni. “Lu’ bisnonno” era sempre il saggio della casa, fino a…quando non perdeva pure la saggezza a causa di qualche malattia invalidante. In queste case poteva anche capitare che una capra trovava la porta aperta e si mangiava la paglia delle sedie! Anche questi erano incidenti domestici che potevano incrementare il lavoro de “lu ‘mbagliaseggie”.



48 – LU BANDITORE

Anche il banditore è scomparso già da alcuni decenni. Oggi ci sta la TV, i giornali, e-Bay, internet, i messaggini, i cartelloni pubblicitari, gli sponsor e chi più ne ha più ne metta. Fino a dopo la seconda guerra mondiale ad Agropoli c’era Espedito. Con la sua trombetta, girando per il paese annunciava che era arrivato il camion con la pasta di Gragnano a buon prezzo, che la pescheria era piena di pesce tutto fresco. Che il beccaio aveva macellato poche ore prima un vitello o una mucca, una capra o un castrato, che al mercato era arrivata una carretta da Capaccio piena di verdure fresche a buon prezzo. Una pubblicità diretta, insomma, e lo stesso banditore poteva dare informazioni o addirittura delle garanzie sulla freschezza, sulla qualità e sul buon prezzo del prodotto. Spesso consigliava anche come cucinarlo. Saranno stati gli anni ’60, se ben ricordo, che la voce di Espedito si spense. In seguito qualcuno tentò di imitarlo, ma la gente di Agropoli, talmente si era abituata “a lu bannu re Sperito” che non li ascoltava proprio anche se davano un messaggio interessante. Ricordo, come fosse ieri, il suo famoso annuncio di andare all’esattoria per pagare la bolletta della luce. Allora non esisteva l’Enel e la ditta che forniva la poca corrente elettrica a tutto il paese, che contava ancora meno di diecimila abitanti era del barone Maida. Ogni fine mese si sentiva la voce di Espedito, più come una minaccia che come un avviso: “…Ha ritto lu barone Maida ca’ si nun ghiate a paiare la bulletta re la luce primma re sabato, ve taglia tutte cose…” E qui il doppio senso faceva sorridere tutti i contribuenti!!!




49 – LU PASTURARO

Quasi un mese prima di Natale, usanza voleva che si preparasse il Sacro Presepe. Le casette venivano costruite dai nonni con l’attenta consulenza dei nipoti. Il muschio abbondava e quindi veniva usato abbondantemente nella costruzione su un tavolaccio o su una madia. Anche la grotta poteva essere ricavata da una pietra di tufo, materiale più tenero da lavorare. Anche il viottolo che portava alla Grotta di Betlemme poteva essere costruito con granelli di pietra passati al “cernecchio” del quale abbiamo parlato in un altro capitolo. Ma i pastori in terracotta dovevano per forza essere acquistati dal “pastoraro” che molto spesso, proveniente dal napoletano col suo prezioso carico visitava le famiglie dei vari paesi del Cilento. Il pastoraro sapeva dove reperire la creta, i colori per dipingere le figure, le immagini da riprodurre, tra le quali il più importante era il Bambinello Gesù, che veniva posto nella grotta, nella sua culla, spesso fatta in casa, solo quando le campane del campanile del paese annunciavano la Lieta Novella: la nascita di Gesù Bambino. Anche San Giuseppe e la Madonna erano essenziali per la preparazione del presepe. Al secondo posto venivano il bue e l’asinello, al terzo i Re Magi e di poi tutte le altre figure. Più ricca era la famiglia, più ricco era il Presepe. Ma la patria del Presepe è senza dubbio Napoli. Ogni anno, in Via S. Gregorio Armeno, migliaia di persone affollano il quartiere per visitare le centinaia di bancarelle e comperare i pastori. Oggi il presepe viene anche “profanato” da personaggi politici, dello spettacolo e dello sport che sovente non hanno offerto ai giovani un buon esempio col loro operato. Ma oramai ci troviamo nella società dei consumi e della tecnologia. Anche i pastori, spesso, vengono fatti in serie con stampi e non più con l’antica creta, ma con l’inquinante plastica. E’ facile, oggigiorno, comperare sulle bancarelle o nei supermercati, pastori di plastica a buon prezzo e leggere, nella parte inferiore: “made in China”. Ma l’albero di Natale a quei tempi, come si faceva? Non si faceva!!!



50 – LA ‘MBRISTITUTA

Questo, in verità, non è un antico mestiere cilentano, ma è il mestiere più antico del mondo. E non è scomparso pur avendo subito delle modifiche nella sua fase gestionale. La globalizzazione ha invaso anche questo campo e basta passare per la litoranea che porta da Capaccio a Salerno, per notare come questo lavoro si sia incrementato anche con l’apporto di manovalanza del cosiddetto terzo mondo. Nel secolo scorso nel Cilento, in qualche paese sperduto, esisteva qualche donna, magari vedova o ragazza madre, come si dice oggi, che vendeva il suo corpo per sfamare i figli. Il baratto, come spesso ho accennato negli altri capitoli, era usuale nel vecchio mondo della civiltà contadina del Cilento. E non solo del Cilento. Certamente queste povere disgraziate non esercitavano la più antica professione del mondo per arricchirsi o per aumentare il conto in banca. Esse vendevano quello che avevano. Ma non per comperare la pelliccia di visone o la macchina di grossa cilindrata, ma solo per sfamare i figli. Certamente le cortigiane delle grandi città lo facevano in maniera più professionale e ce n’erano alcune, addirittura, che hanno accumulato ricchezze o hanno fatto dei matrimoni con persone ricchissime. Ma la povera donna delle nostre parti viveva alla periferia della periferia. Era una donna emarginata da tutti, spesso anche dalla chiesa, e veniva guardata storto dalle compaesane quelle rare volte che era costretta ad uscire di casa per recarsi in paese per motivi a noi ignoti. Molto spesso queste donne contraevano delle malattie veneree e non poche finivano ancora giovani all’altro mondo. Una sorte peggiore toccava al gay, “ ‘o femmeniello”, in napoletano. Diciamo che questa figura veniva indicata con vari nomignoli che non accenniamo neppure per rispetto a loro ed ai nostri giovani lettori. Ma oggi basta seguire un programma televisivo qualsiasi, un telegiornale, per sentire parlare di “gay pride”. Ma a quei tempi queste anomalie erano additate come la peste e l’inserimento in società era veramente molto difficile. Anzi impossibile. Anche nella letteratura antica sentiamo parlare di cortigiane o efebi. Ma cosa c’entra con gli antichi mestieri cilentani scomparsi? Potrà obiettare qualche lettore attento ed oculato. C’entra: se non altro per allargare gli orizzonti della conoscenza. Vivere cento anni fa era meglio che vivere oggi? Non lo so. Sono anziano, ma i cento anni non li ho ancora raggiunti. Grazie della lettura ed arrivederci…anzi a rileggerci al prossimo libro…



51 – LU PECURARO

Bisogna innanzitutto fare una netta distinzione tra “lu pecuraro” e “lu craparo”. Quando i greggi scendevano a valle per la transumanza, i pastori li portavano a pascolare in immensi prati dove, però, potevano anche trovarsi alberi da frutta, vigneti oppure oliveti. Le pecore non potevano danneggiare gli alberi, ma le capre, al contrario, potevano rosicchiare anche il tronco dell’albero facendolo in tale maniera seccare. In tale maniera le pecore potevano essere portate a pascolar, naturalmente col permesso del proprietario del terreno, dovunque senza arrecare danni agli alberi, mengre i greggi di capre, oppure i greggi misti, cioè pecore e capre, potevano accedere solo nei verdeggianti prati del Cilento per mangiare la naturale erbetta, rasando quasi il terreno. Anche qui, sovente, si facevano pascolare gli animali in cambio di caciotte o ricotta fresca appena fatta in prossimità della tenda del pecoraio che si portava appresso gli attrezzi per lavorare il latte appena munto per ricavarne prodotti assolutamente genuini. Nella prossimità della Pasqua il baratto poteva anche comprendere un agnello che veniva consumato, appunto, per il pranzo pasquale. Qualcuno potrà pensare che la vita seminomade di queste persone li potesse portare ad una brutalizzazione dei comportamenti ed alla violenza. Certamente c’era qualcuno che non andava tanto per il sottile quando arrivava qualche ladro di bestiame, qualche randagio o qualche lupo affamato. Ma tra queste persone si potevano trovare anche dei veri e propri artisti del mondo contadino. Scultori del legno, suonatori di ciaramelle e zampogne o di zufoli artigianali, poeti naif che, anche se analfabeti, sapevano cantare le bellezze del creato.



52 – LU CRAPARO

Era il pastore delle capre e la sua vita somigliava molto a quella del pecoraio. Un vecchio motto cilentano così recita: “Chiro la penza alla craparo!!!”. Certamente un uomo che doveva vivere da solo per alcuni mesi dell’anno sotto una tenda in aperta campagna, con la paura dei lupi, dei cani randagi o, peggio, dei ladri di bestiame. Una terribile abitudine che ancora oggi è mantenuta viva, è quella di azzoppare i quadrupedi per non farli correre. Va bene che ogni pastore era fornito di quattro i cinque cani che non facevano allontanare le bestie, ma una volta azzoppate, di solito ad una zampa anteriore, certamente il loro incedere veniva limitato. I cani, tutti di grossa taglia, servivano quindi per far ritornare le capre nel gruppo ma anche per difendere il gregge dall’assalto di randagi o di ladri. Ma il pastore aveva sempre lo schioppo carico e quando dormiva lo teneva sempre a portata di mano pronto a far fuoco. Oltre che di fucile era armato anche di un grosso coltellaccio multiuso. Un’altra usanza, molto curiosa, era quella di evitare che il caprone facesse l’amore con le capre quando voleva lui. Lo poteva fare solo alcuni mesi prima di Natale o di Pasqua, quando il padrone poteva vendere i capretti ad un prezzo superiore perché in ogni famiglia che se lo poteva permettere, era tradizione che sulla tavola ci doveva stare la carne di agnello o di capretto. Per evitare il rapporto sessuale veniva appeso nella parte posteriore dell’animale, proprio davanti ai suoi organi genitali, una tavoletta di legno, così ogni volta che il povero animale sentiva bisogno di fare sesso con la capra…vicina, il suo organo andava a sbattere contro questa tavoletta e subito, anche per il dolore, gli passava la voglia. Quando oggi sentiamo parlare dalla famosa “Sagra del castrato” di Cannalonga, i giovanissimi sanno che si tratta di carne. Ma non sanno che si tratta di un quadrupede caprino privato dei suoi nobili attributi con una operazione chirurgica effettuata dal “sanapurcelle” del quale abbiamo già parlato in un capitolo precedente. Nel Cilento, fino agli anni ’50, molti si dedicavano alla pastorizia, ma oggi questo mestiere è poco praticato in pianura mentre sulle colline dell’interno si trovano ancora dei vecchietti che al mattino, di buon’ora, portano al pascolo uno sparuto gruppo di pecore o capre.



53 – LA PASTICCERA RE LA ZITA

Ogni anno, nelle prossimità delle feste del Santo Natale, una ventina di socie, riprendono una sntica tradizione: quella di ripresentare i dolci caratteristici dell’antica cucina cilentana della prima metà del secolo scorso. A queste signore, cha hanno da tempo superato gli “anta”, e non entriamo nei dettagli, arzille ed ordinate come giovincelle, tocca il compito di preparare i dolci natalizi che si facevano circa cento anni fa nel Cilento, e che ancora si continuano a fare nei paesini dell’interno, esporli in bella vista, come delle opere d’arte, spiegare alle telecamere delle TV locali, dei fotografi, dei giornalisti e dei curiosi, gli ingredienti usati, il procedimento di preparazione delle varie parti (crema, pan di Spagna, aromi, ornamenti, ecc. e dopo una lunga attesa i soci distribuiscono piatti assortiti e multicolori agli aitanti soci anche ultraottuagenari, che per una volta tanto dimenticheranno di avere la glicemia alta. Un giornalista buontempone definì, lo scorso anno, questa serata come “GLICEMIA PARTY”. Anche lo scrivente, oramai settuagenario, è a dieta, ma quando vide le zeppole al rosmarino ed i famosi “scauratielli”, urò la famosa frase: “ Anche il presidente deve assaggiare gli scauratielli!!!”
A queste signore, in omaggio alla loro “dolcezza” ho dedicato la copertina di questo libretto. Durante le feste di Natale i dolci si comprano al supermercato o in pasticceria. Molti vanno in ristorante e così fanno prima. Oggi il matrimonio in casa non lo fa più nessuno, si va in ristorante. Si spende di più ma lo spettacolo ed il lusso sono alla base della nuova famiglia appena costituita. Nella prima metà del secolo scorso e fino agli anni ’60 – ’70 quando due giovani dovevano convolare a giuste nozze, veniva ingaggiata “la pasticcera” una donna anziana esperta di pasticceria che portava i suoi arnesi a casa dei genitori della sposa e lì si lavorava dalla mattina alla sera per preparare grosse “spare” ( cesti ovali o rettangolari dove si essiccavano anche i “fichi secchi” del Cilento. Torte, mustacciuoli, zeppole, con la crema o meno, scauratielli, morzellette e tanti altri tipi di dolci che sovente erano creazione della “pasticcera”. Spesso ad ogni dolce veniva assegnato un simbolo augurale. Anche la “pastette” o paste secche venivano consumate per la maggior parte dai bambini. Alcune paste non riuscivano tanto bene nella forma ed allora venivano scartate e toccavano di diritto alla “pasticcera” che li distribuiva alla sua famiglia una volta tornata a casa. Si trattava di una specie di emolumento supplementare in natura. Oggi per assaggiare dolci cilentani come si facevano una volta bisogna andare nelle sagre paesane, come Cannalonga, Stio, Perito, Prignano, Orria, Piano Vetrale, eccetera.



54 – LU SANTUOCCHIO

Era un uomo di chiesa, quasi sempre non sposato per motivi che non posso spiegare proprio perché molteplici, che faceva le funzioni del sacrestano aiutando il prete a gestire la comunità dei fedeli. Suo compito era provvedere al pranzo ed alla cena, quando non c’era la perpetua, scopare per terra la chiesa e la sagrestia, pulire di tanto in tanto gli altri ambienti, mantenere sempre in ordine il confessionale, cambiare i fiori secchi sull’altare, prenotare le Sante Messe per i defunti, oppure per i battesimi, le cresime, i matrimoni. Era un poco il factotum del prete. Spesso, da religioso…non molto religioso si appropriava dei soldi della chiesa e scompariva. Ma fortunatamente non tutti erano così. Nella maggior parte dei casi, questo personaggio aiutava anche la poveramente, aveva una parola di conforto verso tutti e faceva facilmente amicizia con la popolazione del paesino collinare del Cilento. Tenga conto il lettore che nel secolo scorso, con una notevole rivalutazione ai nostri giorni, esistevano molte Confraternite religiose che rappresentavano un grosso veicolo culturale e di scambio di idee. Frequenti erano anche i pellegrinaggi, nei quali il sagrestano aveva un ruolo di primo piano. Nel secolo scorso i pellegrinaggi non si facevano in auto o col pullman, ma a piedi. Il viaggio poteva durare anche più di un giorno. Si bivaccava sotto un albero, si affrontavano enormi sacrifici perché la fede era talmente forte che faceva sopportare anche il freddo ed il gelo. Il pellegrinaggio, insomma, veniva visto come una mortificazione del corpo ed una sublimazione dell’anima. Oggi ci sono anche delle pie donne, che potremmo definire “santocchie” che danno una mano in chiesa . Le associazioni di volontariato, che hanno fini sociali di solidarietà, hanno sostituito in gran parte questa antica figura.



55 – LU SCAURAVRORA

Più che un sostantivo, potrebbe essere anche un aggettivo. Infatti con questo termine, che in italiano potremmo tradurre in “colui che riscalda il brodo fatto da altri”, è un fannullone, uno sfaccendato, un buono a nulla, capace nemmeno a procurarsi una ciotola di brodo, per cui la va a a chiedere al vicino – anche se è del giorno prima e quindi fredda – la riscalda e con quello continua a vivere senza fare nulla. Oggigiorno basta andare nelle piazze principali di molti paesi del Cilento per notare questi personaggi. Di solito si fanno mantenere dalla mamma, naturalmente accondiscendente, vanno sempre in giro incravattati, si alzano verso le dieci del mattino e vanno a letto dopo la mezzanotte, divertendosi, secondo loro, a spese della famiglia. La nuova letteratura li ha etichettati col termine di “bamboccioni”, giovani che non fanno niente e vivono in casa gravando sulle spalle dei genitori. Peraltro alle soglie dei quaranta anni, non hanno la minima intenzione di prendere moglie, casa, farsi una famiglia. Il termine di “scauravrora” sembra proprio azzeccato per loro. L’incoraggiamento che viene fatto a questi giovani nullafacenti è quello di “ Ma vaje a ‘ccoglie cicorie!!!”. Nel passato, infatti, a quelli che non avevano alcun mestiere, per guadagnare qualcosa non restava da fare altro che andare a raccogliere cicorie selvatiche di cui i campi del Cilento erano pieni. “Cicorie e fasuli” era un primo e quasi sempre unico, piatto della famosa Dieta Mediterranea che poteva essere arricchito con “vascuotti re rano” che venivano inzuppati nel brodo della minestra ottenuta.



CONCLUSIONE

Come la maggior parte dei miei libri, anche questo è stato iniziato circa dieci anni fa, poi abbandonato, sebbene una diecina di capitoli sono stati pubblicati su un sito di Benevento ed alcuni altri di Salerno, poi ripreso con un’altra diecina di capitoli, poi abbandonato, ed infine, oggi, 22 ottobre 2009, siccome fuori piove, tuona ed il tempo è pessimo, vede la conclusione. Cinquanta capitoli sono molti, ma la trattazione è, a mio avviso, piuttosto scarsa e scarna. Ma ciò è dovuto a due fattori: prima non ho voluto fare un trattato scientifico destinato ad emeriti studiosi, secondo perché, come vecchio professore in pensione, l’ho voluto dedicare a tutti i ragazzi affinché ricordino come vivevano i loro nonni ed i loro bisnonni. Forse meglio, ma forse peggio. Dipende dell’uso che uno fa di ciò che gli viene messo a disposizione da madre natura e…dalla tecnologia. E qui mi riferisco a quei ragazzi che passano più della metà della loro giornata al computer, su internet, di fronte alla TV, coi video games. Non parliamo poi di coloro che vedono programmi immorali o comunque non formativi. L’uso cattivo della tecnologia può portare, e non l’ho detto io, ad una deformazione mentale. In Giappone, come pure in altre parti del mondo, ci sono giovani che rifiutano di uscire di casa e preferiscono passare l’intera giornata davanti ad un monitor. Quale futuro per costoro? Certamente non roseo. Se un giovane rifiuta di affrontare la vita è un pusillanime e non migliorerà mai. Tenga conto il lettore che lo scrivente possiede tre computer di cui due con collegamento a internet, passa circa tre ore al giorno a scrivere ed inviare i suoi articoli ai vari siti internet e, via e mail, a varie testate giornalistiche. Ma non si è reso mai schiavo della tecnologia. Se fuori fa freddo, piove o tira vento, resto nel mio studio a leggere, scrivere, seguire internet, o a vedere la TV. Ma nelle mattinate di primavera, d’estate ed anche d’autunno, me ne vado in paese a piedi lasciando l’auto nel garage. Ed abito circa quattro chilometri lontano dal centro di Agropoli, in campagna, nella verde vallata di Frascinelle in un viale dove si trovano alcune querce secolari, dove svolazzano sul balcone pettirossi e passerotti ed altri volatili. Una vita varia, fatta di amore per la natura, per la cultura. Una vita fatta di amore per la vita. Felice vita a tutti e grazie di avere letto quello che ho scritto.

Catello Nastro

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