venerdì 1 gennaio 2010

Giuseppe Zagarrio

Giuseppe  Zagarrio Giuseppe è nato a Ravanusa (1921). Ha pubblicato:
“Le stagioni di maggio”, Roma, Il Canzoniere, 1953; “A questa terra non nostra”, Bologna, Leonardi, 1956; “Le ricamatrici della Kalsa”, Firenze, Quartiere, 1958; “Tra il dubbio e la ragione”, Caltanisetta-Roma, Sciascia, 1963. Altresono state pubblicate nella rivista “ Quartiere”, 19 (1964), e “Pensare per immagini”, in Antigruppo 73, Catania, Di Maria, 1973.

Saggi: “Mario Luzi”, Firenze, La Nuova Italia, 1968; Salvatore Quasimodo, Firenze, La Nuova Italia, 1969; Franco Fortini, Firenze, Quartiere, 1963; “Sicilia e poesia contemporanea”, Caltanisetta-Roma, Sciascia, 1964; “Sereni”, “Roversi”, “Toti”, in “Letteratura italiana. Il Novecento”, Milano, Marzorati, 1979; “Febbre furore e fiele”, Milano, Mursia, 1983.


POESIE

(Da: Gli eredi del sole”, Il Vertice, Palermo, 1987)

Le terribili feste


Mais moi je ne veux rire à rien



ora che la coscienza è in agonia


e la dialettica non trova più gli opposti


e la fascia del tutto rulla sul globo


assordando di nero l'orbita e l'asse.


Chi ha bisogno di piangere o di ridere?


Chi ha bisogno di chiedere o di attendere?


Ditemi se c'è un gesto d'amore


che faccia ancora storia...


Abolite dunque i dati parziali

                                                               fate

che il nemico sia solo il necessario


e aspettate la suprema Indifferenza


che vi porga il lembo del mantello


da stendere sugli occhi


                                                 allora il pallido cemento


scorrerà lentamente dentro il sangue


e il freddo della pietra sarà la conclusione


sarà il tuo nulla o il tuo tutto la vera compiutezza


nell'istante che cessa l'ultimo istante.


(Da: “EquÍvalencÍas” – Revista Internacional de PoesÍa, Madrid, 1989)
Eppure È Ancora Un'alba


Dalla notte in subbuglio si riverbera tra i lampi

il ghigno inalterato della belva

zodiacale la marina ha invaso

l'orizzonte celeste sul campo gonfio di pece

sprofonda il gorgo e certo non ha più scampo

lo scafo che rullando affonda

sotto la mole a raffiche ora m'assale

un vento di inadempienze il negativo

che ripropone cortei di focomelici

e ingrigia gli occhi ripopola di mostri

l’assenza il disimpegno l’esclusione

da ogni attesa perfino le ultime domande

—se la vita è (o no) la storia o se la morte

alimenti di sé l'ira o lo scontro e il muoversi da opposti—

anch’esse si tuffano nel nulla

o nell'identico di questa (falsa?)

notte che incalza a furia e si accumula sui segni

del no(definitivo?)             Eppure è ancora un'alba sui segni di lutto

la linea di chiarità tenta una forma

di verità è scialbo —certo— ma non impossibile

ricominciare sul riso barbarico

si sa che ogni volta s'innesta un dolore e che aggredisce

l'orda la imbriglia l'affanna al l' indulgenza

la inchioda a un'altra storia di pietà...             mi aspetto un altro grido dalla vita

in ogni caso —così m'incoraggio— le forse un moto — perchè no

mi dico in furia perchè non potrebbe?—

del cuore e della mente uno scatto d'impotenza

magari un disappunto uno scherno un'insolenza

l'aggrottare del ciglio la voglia di comprendere

il tornare alle attese e immaginare il resistere l'insistere a sognare (o addirittura l'ilarità che irrompe

all'improvviso dentro il delirio e risospinge a riva

da chi sa quali abissi di memorie e d'azzurro

l'infante e il balbettio la primizia insospettata di un consenso?)



Scirocco di cenere sul golfo


Scirocco di cenere sul golfo

soffia grigio e sgomento

alita incertezze giudizi sospesile

tutto si fa assenza

ombre vagano mostri

s'alternano nel cosmo

quel che vibra

è il segno della vipera

che gonfia limo azzurro nelle vene

e blocca il grido forse galoppano

sequenze di memorie

forse anche le attese sono all'erta

ma il presente e questo fermo inferno

che fa sudicio l'occhio e demonizza

i gesti a ogni persona li fa spettri

di un'altra norma lo speculare opposto

del noi lontano di un'altra abitudine...



Eppure ho visto la zingara danzare

sull'orlo del cratere

radiosa di morte

o non so di che vita

ignota ai sensi fluivano parole

dalle mani crocchianti e dalle fulve

anche mentre dai fuochi si alzavano i leggeri

sassi irrompendo sul fitto colore

del blu oltre-mare dell'alba del turchese.



Oh non chiudermi il tuo varco

fachira infanzia mia ebbrezza primaria

che apri a ventaglio gli anelli lampeggianti

sulla mia ansia d'altro non permettere

che io mi aggiri — anch'io dall'altra parte —

coi bicchieri del brindisi a evitare

nel labirinto geloso del mestiere

l'incendio e la colata non schivarti

e non cedere non fare che si attenui

dagli occhi il faro del nero diamante

che mi fa duro e infrangibile alla cronaca

della nequizia e mi indispone alle rese



come sci tu che allo stato nascente

del cosmo ti rifai


                 e vomiti parole e fiamme

dal coro dei millenni vissuta dalla terra

e da noi da me teneramente in un possibile attimo.


Di gas o di galassie


Sai bene che la schiuma s'adorna di mercurio

e che al fondo l'alga s'assottiglia

il sangue non è azzurro il miele è come assenzio

tra l'unae l'altra sponda il pesce luna

viaggia amaro e sadico non pensa

più al richiamo né gli importa d'essere vittima

e preda oche s'ingolfi

dentro la grotta l'ultimo lombrico

e il basso inganno. Eppure

                                                 ti precipita nei sensi

il rito inesprimibile           e tu ti sciogli

non è evasione o emozione ma un'ansia d'altro

che ti rimuove i nodi e ti sprofonda

in abissi solenni     è di quell'altro il segno

un ultrasuono

dove tutto s'incurva e s’innatura

nell'ambiguo messaggio        il tramonto cha forse è aurora

lo aguazzo che s'indura          e vedi come tornano

i colori dall'infanzia delle fedi                e come

s'accenda nel gelo il fuoco e ardente

si faccia il vetro negli ultimi specchi

dove smorto è il veleno              la macchia è un lampo innocuo

e tu sci più forte e più deciso              più imprendibile

ora che il minimo s'espande nel contrario

e la trivella è un albero di nave

che s'impiglia nella prima stella

non sa se bruciare di gas o di galassie

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